“Amrita” è un termine sanscrito che significa “immortale”, e dal quale deriva “ambrosia”, il nettare di cui si cibavano gli dèi dell’antica Grecia.
In Oriente, ancora oggi indica tradizionalmente lo stato più elevato della materia, là dove essa diventa indistinguibile dallo spirito; nella cultura tibetana, inoltre, è il medicinale sacro per eccellenza, frutto di un’alchimia della materia infusa di preghiere.
Il termine indica, insomma, uno stato in cui la visione dualistica che separa la mente e il corpo, la materia e lo spirito viene infine trascesa.
Dal glossario teosofico : AMRITA
(San.) – La bevanda di ambrosia o cibo degli dei; il cibo che dà immortalità. Nell’allegoria dei Purana, l’elisir di vita estratto dall’oceano di latte. Un antico termine dei Veda dato al succo sacro Soma, nel Tempio dei Misteri. L’acqua della vita e dell’immortalità che inizialmente era incondizionata poi, una volta caduta nella creazione fenomenica, si mescolò con il Male, con il Caos, con il Theos ivi latente, prima che il Cosmo fosse evoluto.
La riflessione che vi porto questa notte è la seguente : il paradiso, o comunque il luogo di beatitudine agognato in realtà viene raggiunto dopo morte se durante la vita ci siamo resi possibile la permanenza in uno stato di beatitudine attraverso lo studio, la purezza e il perseguimento di tutte quelle indicazioni che appaiono da sempre nelle religioni, filosofie e scuole iniziatiche tese all’elevazione spirituale. Una volta senza corpo fisico saremo dove siamo stati durante gli ultimi momenti della nostra vita …
Dimora nel Rigpa :
Ora dissolvete il maestro nella luce e fatelo diventare uno con voi, nella
natura della vostra mente. Riconoscete, senza alcun dubbio, che la natura
simile al cielo della vostra mente è il maestro assoluto. Dove potrebbero
esistere tutti gli esseri illuminati se non nel Rigpa, nella natura della
mente?
Ben fondati in questa realizzazione, rilassati in uno stato di spaziosità
senza preoccupazioni, dimorate nel calore, nello splendore e nella benedizione
della vostra natura assoluta. Siete arrivati all’essenza originaria: la
primordiale purezza della semplicità naturale. Dimorando nello stato di Rigpa,
potete riconoscere la verità delle parole di Padmasambhava: “La mente stessa è
Padmasambhava. A parte ciò, non c’è nessuna pratica e nessuna meditazione”.
Ho collocato questa pratica nella sezione dedicata al bardo naturale di questa
vita perché è la pratica principale tanto in vita che al momento della morte.
Il Guru Yoga è la base della pratica del phowa,
il trasferimento della coscienza al momento della morte. Se infatti,
nell’attimo della morte, saprete unire fiduciosamente la vostra mente alla
mente di saggezza del maestro e morire in questa pace, allora tutto andrà
bene. Ve lo prometto e ve ne dò garanzia.
Il nostro compito, mentre siamo in vita, è quindi fonderci più e più volte con
la mente di saggezza del maestro, finché diventi così naturale che ogni azione
(sedere, camminare, mangiare, bere, dormire, sognare e risvegliarsi) sia
sempre più permeata dalla viva presenza del maestro. A poco a poco, con anni
di incrollabile devozione, inizierete a vedere che tutte le apparenze non sono
che la manifestazione della saggezza del maestro. Tutte le situazioni, anche
quelle a prima vista tragiche, prive di senso o spaventose, si rivelano sempre
più in trasparenza come l’insegnamento diretto e la benedizione del maestro, e
del maestro interiore. Come dice Dilgo Khyentse Rinpoche:
La devozione è l’essenza del sentiero. Se nella nostra mente c’è solo ed
esclusivamente il guru, e se l’unico nostro sentimento è la fervente
devozione, tutto ciò che accade viene percepito come la sua benedizione.
Praticare assiduamente questa costante devozione è preghiera.
Se tutti i nostri pensieri sono permeati di devozione al guru, nasce la
spontanea fiducia che egli si prenderà cura di qualunque cosa accada. Tutte le
forme sono il guru, tutti i suoni sono preghiera, tutti i pensieri grossolani
e sottili si manifestano come devozione. Tutto è spontaneamente liberato nella
natura assoluta, come nodi sciolti nel cielo.
Mentre cominciavo questo articolo mi è arrivato il Theosophist che vi linko quì … sincronicità sempre in azione !
Ma ora cominciamo :
Dante compie il suo viaggio risalendo fino al paradiso : Eccolo oppure in video breve : https://youtu.be/MiYdDKL_lXY?si=pukmo68AQ7x2P1T1
Il Paradiso. Un viaggio attraverso tutte le grandi tradizioni religiose, filosofiche ed esoteriche
Introduzione
Poche idee hanno accompagnato l’umanità con tanta costanza quanto quella del Paradiso. Dai più antichi miti mesopotamici fino alle moderne esperienze di premorte, dagli insegnamenti di Platone alle Upaniṣad, dalla mistica cristiana alla Cabala ebraica, dal Buddhismo tibetano alla Teosofia, ogni civiltà ha cercato di rispondere alla stessa domanda fondamentale:
Esiste uno stato di perfezione oltre la morte?
Sorprendentemente, le risposte differiscono molto meno di quanto si potrebbe immaginare.
Cambiano i simboli, cambiano le immagini, cambiano i linguaggi, ma ricorrono costantemente alcuni elementi:
- una luce straordinaria;
- una coscienza ampliata;
- la fine della sofferenza;
- l’incontro con esseri superiori;
- una conoscenza diretta della realtà;
- il superamento del tempo;
- l’esperienza dell’unità.
Il paradiso non è semplicemente un “luogo”. Nelle tradizioni più profonde è soprattutto uno stato dell’essere.
L’origine della parola
“Paradiso” deriva dal persiano antico pairidaeza, che significava letteralmente:
recinto,
giardino circondato da mura.
I Greci tradussero il termine con parádeisos, e attraverso la Bibbia dei Settanta entrò poi nella tradizione cristiana.
L’immagine originaria è dunque quella del giardino perfetto, luogo di armonia tra uomo, natura e divino.
È significativo che quasi tutte le religioni inizino o terminino con un giardino.
Il Paradiso nella Mesopotamia
Le prime civiltà della storia immaginavano un aldilà molto diverso.
I Sumeri parlavano del Kur, un mondo sotterraneo piuttosto triste.
Tuttavia esisteva anche il mito di Dilmun, una terra perfetta dove:
- non esisteva malattia;
- non esisteva morte;
- gli animali vivevano in pace;
- l’acqua era purissima.
Molti studiosi vedono in Dilmun uno dei modelli più antichi del futuro Eden biblico.
L’Egitto antico
Per gli Egizi il paradiso era il Campo delle Canne (Aaru).
Non era un mondo completamente diverso dalla Terra.
Era piuttosto una versione perfetta dell’Egitto:
- raccolti eterni;
- abbondanza;
- pace;
- assenza della vecchiaia.
Per raggiungerlo occorreva superare il celebre giudizio di Osiride.
Il cuore del defunto veniva pesato contro la piuma della dea Maat.
Solo chi aveva vissuto secondo verità entrava nella beatitudine.
Già qui compare una delle grandi costanti universali:
il paradiso non dipende dal caso ma dalla trasformazione morale dell’individuo.
Il Paradiso nella Bibbia
Il Giardino dell’Eden non è propriamente il paradiso dei morti.
È piuttosto la condizione originaria dell’uomo.
L’Eden rappresenta:
- innocenza;
- comunione con Dio;
- immortalità;
- perfetta armonia.
Dopo la caduta l’uomo perde questo stato.
L’intera storia biblica può essere letta come il tentativo di ritornare a quell’unità perduta.
L’Apocalisse termina infatti con una nuova Gerusalemme nella quale ricompare:
- l’albero della vita;
- il fiume cristallino;
- l’assenza della morte.
L’inizio e la fine della Bibbia coincidono.
Il Paradiso nel Cristianesimo
Nel Nuovo Testamento il paradiso assume un significato molto più spirituale.
Gesù dice al buon ladrone:
“Oggi sarai con me in Paradiso.”
San Paolo racconta di essere stato rapito fino al “terzo cielo”.
I Padri della Chiesa sviluppano poi una concezione sempre più mistica.
Per sant’Agostino il paradiso consiste nella:
visione di Dio.
Per san Tommaso:
la beatitudine perfetta è la contemplazione dell’Essere assoluto.
Per Dante il paradiso non è semplicemente il cielo.
È un progressivo aumento della capacità dell’anima di ricevere la luce divina.
Ogni cielo rappresenta un diverso grado di coscienza.
La meta finale è l’Empireo.
Non è uno spazio fisico.
È l’eternità.
L’Empireo di Dante
Nel Paradiso della Divina Commedia i nove cieli conducono all’Empireo, sede di Dio, degli angeli e dei beati.
Il viaggio di Dante è una progressiva purificazione della percezione: man mano che ascende, comprende che il vero paradiso non consiste nello spostarsi nello spazio, ma nell’avvicinarsi alla realtà divina. L’Empireo è fuori dal tempo e dal movimento, perché coincide con l’eternità.
L’Islam
Nel Corano il paradiso è il Jannah.
È descritto come un giardino ricco di:
- fiumi;
- frutti;
- ombra;
- luce;
- pace.
Esistono diversi livelli del paradiso.
Il più alto è il Firdaus.
I grandi mistici sufi interpretano però queste immagini in senso simbolico.
Per Rūmī:
il vero paradiso è la completa unione con Dio.
I giardini rappresentano stati interiori.
L’Ebraismo e la Cabala
Nell’ebraismo il paradiso è il Gan Eden.
Nella Cabala il concetto diventa ancora più profondo.
L’anima attraversa differenti mondi:
- Assiah
- Yetzirah
- Beriah
- Atziluth
Ogni livello è una maggiore vicinanza alla luce infinita dell’Ein Sof.
Il paradiso non è statico.
L’anima continua a crescere.
L’Induismo
Qui cambia completamente la prospettiva.
Esistono numerosi paradisi.
Indra governa lo Svarga, ma non è eterno.
Chi vi giunge gode dei frutti del proprio karma positivo.
Quando questi si esauriscono:
l’anima rinasce.
L’obiettivo finale non è quindi il paradiso.
È il Moksha.
La liberazione definitiva dal ciclo delle reincarnazioni.
Le Upaniṣad descrivono questa condizione come:
Sat
Cit
Ānanda
Essere
Coscienza
Beatitudine.
Non esiste più alcuna separazione tra individuo e Assoluto.
Il Buddhismo
Il Buddha parla poco del paradiso.
Per lui esistono molti mondi celesti.
Anche gli dèi però sono impermanenti.
Persino loro rinascono.
L’unica liberazione definitiva è il Nirvāṇa.
Non è un luogo.
È l’estinzione dell’ignoranza.
Il Buddhismo Mahāyāna
Qui compare il celebre Paradiso Puro di Amitābha.
Milioni di praticanti sperano di rinascervi.
È un mondo perfetto dove ogni condizione favorisce l’illuminazione.
Anche qui il paradiso non rappresenta la destinazione finale.
È una scuola spirituale.
Il Buddhismo Tibetano
Nel Bardo Thödol (conosciuto in Occidente come “Libro tibetano dei morti”), il defunto attraversa stati di coscienza popolati da luci e divinità pacifiche o irate. Queste non sono realtà esterne, ma manifestazioni della mente stessa. Il “paradiso” coincide con il riconoscimento della natura luminosa della coscienza.
Lo Zoroastrismo
Probabilmente è la religione che più ha influenzato le idee occidentali.
Il paradiso viene raggiunto attraversando il Ponte Chinvat.
Per i giusti il ponte si allarga.
Per i malvagi diventa sottile.
Alla fine dei tempi tutto il cosmo verrà purificato.
Anche questa idea influenzerà profondamente il Cristianesimo.
La filosofia greca
Platone
Per Platone il mondo sensibile è soltanto un’ombra.
La vera patria dell’anima è il mondo delle Idee.
L’anima contempla:
- il Bello;
- il Bene;
- il Vero.
L’intera filosofia diventa preparazione alla morte.
Plotino
Con Plotino il paradiso coincide con il ritorno all’Uno.
L’anima risale progressivamente:
materia
↓
anima
↓
intelletto
↓
Uno.
L’ultima esperienza è totalmente ineffabile.
Gli Stoici
Per gli Stoici il paradiso non è futuro.
È presente.
Consiste nel vivere perfettamente secondo il Logos.
L’uomo saggio possiede già il paradiso dentro di sé.
Il Neoplatonismo cristiano
Autori come Dionigi Areopagita immaginano l’universo come una gerarchia di luci.
Gli angeli costituiscono differenti livelli di vicinanza a Dio.
Ogni creatura partecipa della luce divina secondo la propria capacità.
Gli Gnostici
Per gli gnostici il mondo materiale è incompleto.
L’anima proviene dal Pleroma, la pienezza divina.
La salvezza consiste nel ricordare la propria origine.
Il paradiso è dunque un ritorno.
L’Ermetismo
Nel Corpus Hermeticum l’uomo possiede una scintilla divina.
Attraverso la conoscenza (gnosi) risale le sfere planetarie.
Ogni sfera lascia cadere un limite.
Alla fine resta soltanto la coscienza pura.
L’Alchimia
Gli alchimisti non parlano quasi mai di paradiso.
Parlano della Pietra Filosofale.
In realtà la trasformazione del piombo in oro rappresenta soprattutto:
la trasformazione dell’uomo.
Il paradiso coincide con la completa realizzazione dell’essere.
La Massoneria
Nel simbolismo massonico il Tempio Celeste rappresenta il completamento dell’opera iniziatica. Più che una ricompensa ultraterrena, è il compimento dell’edificazione interiore dell’uomo.
La Teosofia
Per Helena P. Blavatsky, Annie Besant e Charles Leadbeater il paradiso non è eterno.
Dopo la morte l’uomo attraversa differenti stati.
Il più noto è il Devachan.
È uno stato di felicità in cui l’anima assimila le esperienze della vita appena conclusa.
Non è un premio.
È un processo evolutivo.
Successivamente l’anima si reincarna.
Alice Bailey svilupperà ulteriormente questa idea, descrivendo il cammino evolutivo come una progressiva espansione della coscienza verso il Piano Spirituale.
Rudolf Steiner
Nell’Antroposofia l’essere umano attraversa diversi mondi spirituali tra una incarnazione e l’altra. L’aldilà non è statico: è un periodo di elaborazione, apprendimento e preparazione a una nuova vita terrestre.
Carl Gustav Jung
Jung evitò di definire il paradiso come realtà oggettiva.
Preferiva parlare di archetipi.
Per lui il paradiso rappresenta:
la totalità della psiche.
L’individuazione conduce gradualmente a quella pienezza.
Le esperienze di premorte (NDE)
Negli ultimi decenni migliaia di persone hanno raccontato esperienze sorprendentemente simili durante arresti cardiaci o situazioni di morte clinica.
Tra gli elementi ricorrenti figurano:
- uscita dal corpo;
- tunnel;
- luce intensa;
- incontro con parenti defunti;
- esseri luminosi;
- revisione della vita;
- amore incondizionato;
- riluttanza a tornare.
Ricercatori come Raymond Moody, Bruce Greyson e Pim van Lommel hanno documentato molti di questi racconti. Le loro interpretazioni differiscono: alcuni li considerano compatibili con un’esperienza della coscienza oltre il corpo, altri li spiegano attraverso processi neurobiologici. Attualmente non esiste un consenso scientifico definitivo sulla loro natura.
Il Paradiso nelle tradizioni indigene
Molte popolazioni native americane immaginano una “Terra della Caccia Felice”, mentre varie tradizioni australiane parlano del “Tempo del Sogno” come dimensione originaria e sempre presente. In molte culture sciamaniche il viaggio verso il mondo superiore è un’esperienza accessibile già in vita attraverso stati modificati di coscienza.
Le sorprendenti convergenze
Nonostante le enormi differenze culturali emergono alcuni temi comuni.
Quasi tutte le tradizioni descrivono il paradiso come:
- una luce indescrivibile;
- uno stato di coscienza superiore;
- amore universale;
- conoscenza immediata;
- assenza del tempo;
- superamento dell’ego;
- unione con il principio assoluto;
- pace perfetta.
Più si sale verso le forme più mature della filosofia e della mistica, meno il paradiso appare come un luogo geografico e più diventa uno stato di trasformazione della coscienza.
Paradiso: luogo o stato?
Forse la domanda stessa è mal posta.
Per la maggior parte delle grandi tradizioni sapienziali il paradiso non è semplicemente “dove si va”.
È ciò che si diventa.
Dante conclude il suo viaggio con la visione dell'”Amor che move il sole e l’altre stelle”. Plotino parla dell’unione con l’Uno. Le Upaniṣad descrivono l’identità tra Ātman e Brahman. I mistici sufi parlano dell’annientamento nell’Amato. La Cabala vede il ritorno alla Luce infinita. La Teosofia descrive un’evoluzione continua della coscienza. Pur con differenze profonde e talvolta inconciliabili, queste prospettive convergono nell’idea che la beatitudine suprema non sia un possesso materiale, ma una trasformazione dell’essere.
Il paradiso, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una speranza per il dopo morte. È anche una direzione per la vita presente: un invito a coltivare verità, compassione, conoscenza e consapevolezza, affinché l’uomo possa avvicinarsi già ora a quella pienezza che le diverse tradizioni hanno chiamato con nomi differenti.
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Per un lavoro di livello accademico, ti consiglio di partire da fonti primarie (i testi originali) e da fonti secondarie (università, enciclopedie, editori scientifici). Di seguito trovi una bibliografia ragionata con link.
Introduzione generale alle religioni comparate
Paradiso nella Bibbia
Egitto antico
Mesopotamia
Zoroastrismo
Ebraismo e Cabala
Cristianesimo
Islam
Induismo
Buddhismo
Taoismo
Shinto
Platone
Plotino
Stoicismo
Corpus Hermeticum
Gnosticismo
Alchimia
Massoneria
Teosofia
Rudolf Steiner
Carl Gustav Jung
Esperienze di premorte (NDE)
- International Association for Near-Death Studies (IANDS)
- Near-Death Experience Research Foundation (NDERF)
Dante
Mircea Eliade
Biblioteche digitali fondamentali
- Internet Sacred Text Archive
- Internet Archive
- Project Gutenberg
- Google Books
- HathiTrust Digital Library
Per un’opera davvero completa
Se l’obiettivo è realizzare il libro più completo mai scritto sul Paradiso, amplierei ulteriormente la ricerca includendo circa 300-500 fonti, comprendendo anche:
- testi gnostici completi;
- tutti gli scritti di Swedenborg sul Cielo;
- Jacob Böhme;
- Isaac Luria e la Cabala lurianica;
- Meister Eckhart;
- Teresa d’Avila e Giovanni della Croce;
- Ibn ‘Arabī e i grandi mistici sufi;
- il Bardo Thödol e l’intero canone tibetano pertinente;
- Platone, Plotino, Proclo e il neoplatonismo;
- Helena P. Blavatsky, Annie Besant, C. W. Leadbeater, Alice Bailey, Rudolf Steiner;
- Mircea Eliade, Henry Corbin, Gershom Scholem, Pierre Hadot, Ioan P. Couliano, Jeffrey Burton Russell e altri grandi studiosi contemporanei.
Questa bibliografia costituirebbe una base di ricerca di livello universitario e sarebbe sufficiente per un volume di 500-800 pagine dedicato esclusivamente al concetto di Paradiso nelle tradizioni religiose, filosofiche ed esoteriche. (onlinelibrary.wiley.com)
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One thought on “Il più alto stato nelle varie tradizioni”