La biblioteca di Nag Hammadi, scoperta in Egitto nel 1945, comprende oltre cinquanta antichi testi, in gran parte gnostici, conservati in codici copti del IV secolo ma derivati da opere greche più antiche.
Questi testi descrivono un Dio supremo oltre il creatore del mondo materiale, identificato come un essere inferiore e ignorante; nell’uomo sarebbe invece imprigionata una scintilla della realtà divina superiore.
Per questa visione gnostica, il problema fondamentale dell’uomo non è il peccato ma l’oblio della propria origine, e la salvezza avviene attraverso la gnosi, cioè il risveglio e la conoscenza diretta della propria natura divina.
Nel dicembre del 1945, tra le sabbie dell’Alto Egitto, un contadino che scavava alla ricerca di fertilizzante nei pressi di una parete rocciosa urtò qualcosa sepolto nel terreno.
Era una grande giara d’argilla sigillata, più alta del suo braccio. Per un momento esitò ad aprirla, temendo che al suo interno potesse essere imprigionato uno spirito.
Ciò che vi si trovava dentro era, dal punto di vista di coloro che per 1.600 anni avevano fatto in modo che rimanesse sepolto, qualcosa di ancora peggiore di uno spirito.
Era una biblioteca.
Tredici libri rilegati in pelle, contenenti più di cinquanta testi antichi, nascosti sottoterra all’incirca nello stesso periodo in cui la Chiesa romana ordinava che proprio quel genere di scritti venisse distrutto.
Qualcuno aveva scelto di seppellirli invece di bruciarli, di consegnarli alla terra anziché al fuoco.
Ed è soltanto grazie a quella decisione se oggi possiamo conoscere tutto questo.
Oggi, grazie ai moderni strumenti di analisi linguistica, è possibile esaminare parola per parola l’antico copto e confrontare ogni espressione con gli altri testi sopravvissuti della stessa epoca. Le prime righe di questi codici possono così essere lette con una chiarezza che prima non era possibile raggiungere.
E ciò che affermano all’inizio non è un vago misticismo.
Sono affermazioni precise e deliberate, che contraddicono le fondamenta di molto di ciò che successivamente venne costruito sopra di esse.
Ed è soprattutto il momento storico in cui questi manoscritti furono sepolti a dirci qualcosa di importante.
Verso la metà del IV secolo, il più potente vescovo d’Egitto inviò una lettera ufficiale destinata a essere letta nelle chiese, nella quale venivano indicati esattamente quali libri dovessero essere considerati Scrittura e quali invece dovessero essere respinti ed eliminati.
Fu, in sostanza, uno dei primi tentativi ufficiali di stabilire quali testi un cristiano fosse autorizzato a leggere.
Ed è precisamente in quel periodo, mentre gli scritti esclusi dall’elenco approvato venivano ricercati e distrutti, che qualcuno nei pressi di un monastero dell’Alto Egitto prese una raccolta di quei testi proibiti, li avvolse con cura, li chiuse in una giara e li seppellì ai piedi di una parete rocciosa.
Considerate semplicemente la coincidenza temporale.
Questi testi non andarono perduti per negligenza.
Furono nascosti durante una repressione, da qualcuno che rifiutò di bruciarli proprio nel momento in cui l’istituzione stava decidendo che non avrebbero dovuto più esistere.
Quella giara sepolta nel terreno costituisce la testimonianza materiale di una censura e del silenzioso gesto di resistenza di qualcuno contro di essa.
Non si tratta di una mistificazione né di un’invenzione moderna.
Si tratta di autentici documenti materiali conservati al Museo Copto del Cairo, studiati dagli specialisti da circa ottant’anni e tradotti nelle principali lingue.
Ciò che è cambiato sono gli strumenti a nostra disposizione.
Quello che un tempo richiedeva una vita intera di lavoro da parte di uno studioso intento a decifrare una singola pagina danneggiata può oggi essere confrontato, analizzato e incrociato con l’intero corpus, facendo emergere più chiaramente ciò che questi testi cercavano di esprimere al di là dei danni materiali e del linguaggio arcaico.
Il copto è una lingua antica e difficile e questi manoscritti sono danneggiati: presentano lacune, righe mancanti e parole deteriorate dopo sedici secoli trascorsi sottoterra.
Per gran parte degli ultimi ottant’anni comprenderli ha significato affidarsi a un piccolo numero di specialisti che ricostruivano lentamente il significato, riga dopo riga. Gran parte di questo lavoro rimaneva confinato in pubblicazioni accademiche che raramente raggiungevano il grande pubblico.
Oggi, invece, l’intero insieme dei testi sopravvissuti di quel mondo può essere esaminato contemporaneamente.
Ogni frase può essere confrontata con i suoi paralleli; ogni lacuna ricostruita può essere verificata confrontandola con il modo in cui lo stesso autore si esprime altrove.
E così il significato essenziale dei passi iniziali emerge con una chiarezza che in passato poteva richiedere decenni di studi.
Quando si leggono finalmente quelle prime righe in un linguaggio moderno e diretto, liberato dalla nebbia della formulazione arcaica, l’effetto non è affatto rassicurante.
Perché la prima cosa che questi libri sepolti sembrano dirci è questa:
il Dio che ha creato questo mondo non è il Dio che pensate che sia.
Seguitemi, perché nei passi iniziali di questi testi sono contenute quattro affermazioni fondamentali.
E ciascuna è più destabilizzante della precedente.
Alla quarta diventa possibile comprendere perché qualcuno abbia preferito mettere questi libri dentro una giara e seppellirli piuttosto che permettere che venissero letti.
Cominciamo però da ciò che questi testi sono realmente, perché la loro autenticità è essenziale.
La biblioteca di Nag Hammadi è una raccolta di scritti, per la maggior parte gnostici, copiati in copto, la lingua utilizzata dai cristiani egiziani intorno al IV secolo.
I testi, tuttavia, sono più antichi.
Sono traduzioni di originali greci, alcuni dei quali vengono datati dagli studiosi al II secolo, quindi relativamente vicini cronologicamente alle prime generazioni dei seguaci di Gesù.
Tra questi troviamo il Vangelo di Tommaso, una raccolta di detti attribuiti a Gesù; il Vangelo di Filippo; il Vangelo della Verità; l’Apocrifo di Giovanni, che presenta un’intera narrazione della creazione secondo la prospettiva gnostica; e l’Ipostasi degli Arconti, il cui titolo significa letteralmente “la realtà dei governanti”.
Non si tratta di falsificazioni medievali.
Frammenti del Vangelo di Tommaso nell’originale greco sono stati ritrovati separatamente altrove e risalgono a un’epoca ancora precedente, dimostrando che questi testi circolavano molto prima che qualcuno seppellisse le copie copte.
Ci troviamo dunque di fronte ad autentico materiale antico, proveniente dai primi secoli, che rappresenta una versione della fede che perse la battaglia storica e rischiò di essere quasi completamente cancellata.
Ed eccoci alla prima affermazione, quella che nei passi iniziali cambia completamente la prospettiva.
Quando si confronta il racconto della creazione dell’Apocrifo di Giovanni con il celebre inizio della Genesi, sembra che i due testi descrivano lo stesso evento da punti di vista opposti.
La Genesi afferma:
“In principio Dio creò il cielo e la terra”.
E considera quel creatore come l’essere supremo.
L’Apocrifo, invece, comincia altrove.
Prima e al di sopra di quel creatore esisterebbe un regno di pura luce, con un vero Dio talmente completo e trascendente da non poter essere nemmeno pienamente nominato.
Una sorgente dalla quale scaturisce tutta la realtà.
Il testo racconta poi come, molto più in basso rispetto a quella sorgente suprema e attraverso una successione di eventi, sia venuto all’esistenza un essere inferiore.
Un essere che avrebbe successivamente plasmato il mondo materiale.
In altre parole, la prima operazione compiuta dal testo consiste nel collocare un intero regno divino al di sopra del creatore della Genesi.
Il Dio che dice “Sia la luce”, secondo questa narrazione, non occupa il vertice della realtà.
È una figura inferiore.
Al di sopra di lui esiste l’intera pienezza del divino, della quale egli stesso non è pienamente consapevole.
Questa affermazione può sembrare astratta finché non vediamo ciò che il testo ne ricava.
Ed eccoci alla seconda affermazione.
L’Apocrifo descrive questo creatore inferiore mentre pronuncia una dichiarazione.
Osserva il mondo che ha creato e il caos che si trova sotto di lui.
Non vedendo nulla al di sopra di sé proclama:
“Io sono Dio e non esiste altro Dio oltre a me.”
Il testo, tuttavia, non presenta questa dichiarazione come vera.
La presenta come l’errore fondamentale di un essere cieco e arrogante.
Perché al di sopra di lui esiste un altro Dio.
Semplicemente, egli non è in grado di vederlo.
Formula quindi una pretesa assoluta di supremazia fondata sull’ignoranza.
Ed ecco perché questo passaggio è così importante.
La dichiarazione “Io sono Dio e non ve n’è altro oltre a me” non è stata inventata dagli gnostici.
Riprende direttamente le dichiarazioni del Dio della Bibbia ebraica nel libro di Isaia, dove il Dio d’Israele afferma:
“Io sono il Signore e non ve n’è alcun altro.”
Il testo gnostico prende dunque una delle più categoriche dichiarazioni monoteistiche della Scrittura e la reinterpreta come la vanteria di un governante inferiore e cieco, incapace di conoscere ciò che esiste al di sopra di lui.
Non si tratta di una reinterpretazione marginale.
Significa rivolgere contro il testo una delle sue stesse affermazioni più sacre, come uno specchio.
E questo dettaglio è importante perché dimostra che gli gnostici non ignoravano l’Antico Testamento.
Lo conoscevano intimamente.
Lo citavano con precisione e utilizzavano le sue stesse parole per costruire la propria interpretazione.
Avevano letto:
“Io sono Dio e non ve n’è altro”.
Ma invece di riconoscervi la voce della sorgente ultima dell’essere, vi riconoscevano la voce di qualcuno che proclama con eccessiva insistenza la propria supremazia.
Il testo attribuisce a questo essere diversi nomi.
Lo chiama Yaldabaoth.
Lo chiama Saklas, “lo stolto”.
Lo descrive come il dio cieco.
Il dio cieco che crede di essere l’unico Dio.
Questa è la seconda grande affermazione contenuta nei passi iniziali.
Ma al centro della storia della nascita di questo creatore inferiore compare un’altra figura.
Il suo nome è Sophia, che significa “Sapienza”.
Nel racconto, Sophia appartiene agli esseri divini del regno superiore della luce.
A un certo punto agisce autonomamente, cercando di creare o conoscere da sola, senza il proprio compagno e al di fuori dell’ordine della Pienezza.
Da questo squilibrio nasce qualcosa che Sophia non aveva intenzione di produrre:
un essere generato al di fuori dell’armonia della luce, deformato e ignorante.
Quell’essere diventa Yaldabaoth, il creatore inferiore.
Vergognandosi di ciò che ha prodotto, Sophia lo allontana dal regno della luce e lo getta nelle regioni inferiori, dove egli non può vedere il mondo dal quale proviene.
In un certo senso cresce quindi come un orfano che non ha mai conosciuto la propria origine.
Ed è precisamente per questo motivo che crede di essere l’unico Dio.
Non ha mai visto nulla al di sopra di sé.
La sua arroganza è quella di un essere cresciuto nell’oscurità e ignaro dell’esistenza del cielo.
Ma c’è un altro elemento che conferisce a tutta questa storia il suo carattere drammatico.
Sophia, la Sapienza caduta, diventa anche la fonte della scintilla divina presente nell’umanità.
Un frammento della sua luce rimane imprigionato nel mondo inferiore e viene incorporato nell’essere umano durante la sua creazione, senza che il creatore inferiore comprenda pienamente ciò che è accaduto.
Secondo questa narrazione, dunque, la luce che esiste dentro di noi proviene da Sophia, dalla Sapienza stessa.
E il suo desiderio di recuperare e reintegrare quella luce dispersa costituisce una parte fondamentale dell’intero dramma della salvezza.
Per questo alcuni di questi testi hanno un tono che assomiglia meno a quello di una legge e più a quello di un racconto di dolore e liberazione.
È la storia di una madre divina la cui luce è caduta in un mondo oscuro e che cerca di richiamarla a casa.
È una mitologia, certamente.
Ma è una mitologia costruita per spiegare una sensazione che molte persone sperimentano senza riuscire a darle un nome:
la sensazione di essere stranieri in questo mondo, di appartenere a un luogo che non riusciamo più a ricordare.
La stessa inversione compare nella lettura gnostica del Giardino dell’Eden.
Nella versione tradizionale il serpente è il malvagio che provoca la caduta dell’umanità.
In questi testi, invece, i ruoli vengono rovesciati.
Il creatore inferiore proibisce agli esseri umani di mangiare dall’albero della conoscenza proprio perché la conoscenza è ciò che potrebbe risvegliarli e permettere loro di comprendere la vera natura del loro dominatore.
Il serpente, o la figura che agisce attraverso di esso, li spinge invece verso quella conoscenza, verso quel risveglio che il governante cerca di impedire.
Quando il serpente afferma che mangiare dell’albero non provocherà la morte ma aprirà i loro occhi rendendoli simili agli esseri divini, capaci di conoscere il bene e il male, l’interpretazione gnostica prende quelle parole come sostanzialmente vere.
Colui che proibiva la conoscenza era il carceriere.
Colui che la rivelava cercava di liberarli.
Qualunque giudizio si voglia dare di una reinterpretazione così radicale, essa deriva con una logica rigorosa dalla premessa iniziale.
Se il creatore di questo mondo è un essere inferiore che desidera mantenere le proprie creature addormentate e inconsapevoli, allora la storia del Giardino non racconta una disobbedienza punita.
Racconta il primo tentativo di risveglio.
E racconta di un governante che interrompe quel risveglio e scaccia gli esseri umani prima che possano raggiungere il secondo albero, l’Albero della Vita, diventando definitivamente liberi dal suo dominio.
Prima di arrivare alla terza affermazione, bisogna comprendere la struttura cosmologica che il testo sta costruendo.
Al vertice esiste una sorgente ultima, vera e nascosta.
Un regno di luce e di Pienezza.
Al di sotto, attraverso una successione di emanazioni divine, si produce una frattura e nasce un essere inferiore, ignaro della luce che esiste sopra di lui.
Questo essere, Yaldabaoth, crea il mondo materiale e genera sotto di sé una serie di potenze dominatrici:
gli Arconti.
Yaldabaoth governa il mondo inferiore convinto di essere supremo.
In questo mondo vengono collocati gli esseri umani.
Sono formati con la materia del mondo inferiore ma custodiscono segretamente dentro di sé una scintilla della vera luce superiore, un frammento della sorgente originaria imprigionato nel corpo materiale.
Questa è la mappa:
un Dio supremo;
un creatore inferiore e caduto;
un mondo materiale concepito come prigione;
una scintilla divina imprigionata nell’umanità.
Ed eccoci agli Arconti.
Yaldabaoth non governa da solo.
Genera una serie di governanti subordinati, gli Arconti, termine che significa appunto “governanti” o “autorità”.
Li colloca nei cieli e li associa alle sfere celesti visibili: il Sole, la Luna e i pianeti che gli antichi osservavano muoversi nel cielo notturno.
Per lo gnostico, dunque, il cielo ordinato non rappresentava necessariamente uno spettacolo rassicurante e armonioso.
Poteva rappresentare l’architettura di una prigione.
Strato dopo strato, le potenze dominatrici si disponevano tra l’anima umana imprigionata quaggiù e la vera luce situata al di sopra.
Ogni sfera costituiva un livello di confinamento.
Ognuna era governata da un Arconte.
E persino il meccanismo del destino, la sensazione di essere trascinati da forze invisibili, veniva interpretato come uno strumento attraverso il quale questi governanti mantenevano l’umanità legata, reattiva e addormentata.
Quando noi osserviamo un cosmo ordinato come un meccanismo perfetto e lo troviamo rassicurante, lo gnostico poteva guardare lo stesso meccanismo e vedere gli ingranaggi di una gabbia.
Questo è dunque il mondo nel quale la scintilla divina deve risvegliarsi.
Ed è attraverso questa struttura che dovrà infine passare per ritornare alla propria origine.
Arriviamo così alla terza affermazione.
L’analisi di questi testi mostra ripetutamente che, nella concezione gnostica, la crisi fondamentale dell’esistenza umana non è il peccato.
È la dimenticanza.
È un rovesciamento dell’intero paradigma.
Nella concezione cristiana che avrebbe prevalso, il problema umano è la colpa, la disobbedienza, un debito nei confronti del Creatore che deve essere riscattato.
Nei testi sepolti, invece, il problema dell’uomo è l’amnesia.
Sei un frammento della luce suprema precipitato in un corpo, in un mondo governato da un essere inferiore.
E hai dimenticato ciò che sei.
Attraversi la vita addormentato.
Scambi il mondo materiale per l’intera realtà.
Scambi il governante inferiore per il Dio supremo.
Scambi il corpo e i suoi desideri per il tuo vero essere.
La tragedia non consiste nell’avere peccato.
La tragedia consiste nell’avere dimenticato la propria origine.
E le potenze che governano questo mondo hanno interesse a mantenere viva questa dimenticanza.
Per questo i testi ritornano continuamente sul linguaggio del risveglio, del ricordo, di una chiamata proveniente dall’alto che deve destare colui che dorme.
La salvezza, in queste pagine, non significa essere perdonati.
Significa svegliarsi.
Ed è qui che tutto questo smette di apparire soltanto come un’antica curiosità religiosa.
Perché la descrizione di una coscienza addormentata in un mondo costruito per mantenerla distratta, inconsapevole e dimentica della propria natura può risultare sorprendentemente familiare anche al lettore moderno.
Secondo questa visione, i governanti del mondo mantengono gli esseri umani imprigionati non attraverso catene materiali, ma attraverso la dimenticanza, la distrazione continua, gli appetiti, la paura e il rumore, affinché la scintilla interiore non trovi mai il silenzio necessario per ricordare da dove proviene.
Qualunque interpretazione si dia a questa cosmologia, il meccanismo descritto — una mente mantenuta troppo occupata e troppo addormentata per interrogarsi sulla propria vera natura — non è difficile da riconoscere.
Ed è forse una delle ragioni per cui questi testi continuano ad affascinare.
Ogni generazione che li legge può riconoscervi qualcosa.
Arriviamo infine alla quarta affermazione.
Se il problema fondamentale dell’essere umano è la dimenticanza, allora la soluzione è la conoscenza.
Non semplicemente la fede.
Non semplicemente l’obbedienza.
La conoscenza.
Il termine greco è gnosis, “gnosi”.
Ma non significa semplice informazione intellettuale.
Significa riconoscimento diretto, risveglio interiore.
È il momento in cui la scintilla ricorda se stessa.
Il momento in cui l’essere umano comprende con tutto il proprio essere di non appartenere veramente a questo mondo, che il governante di questo mondo non è il Dio supremo e che, al di sopra del creatore cieco, esiste una vera sorgente di luce che costituisce la sua autentica origine e la sua vera dimora.
Secondo questi testi, questo singolo atto di riconoscimento spezza il dominio del governante.
Perché tutto il suo potere dipendeva dal fatto che l’uomo non sapesse.
Gli Arconti governano una prigione fondata sull’oblio.
La conoscenza è la chiave che era sempre rimasta nella serratura.
È da questa idea che deriva il termine “gnostici”:
coloro che conoscono.
Ed è precisamente per questo, sostiene la narrazione, che tale concezione poteva risultare profondamente pericolosa per un’istituzione fondata sull’idea che la salvezza passasse attraverso la propria mediazione, i sacramenti, il sacerdozio e l’autorità ecclesiastica.
Un insegnamento secondo cui l’individuo può risvegliarsi attraverso una conoscenza diretta di un Dio che l’istituzione non gli ha rivelato non rappresenta semplicemente una dottrina concorrente.
Potenzialmente elimina l’istituzione stessa dall’equazione.
I testi descrivono inoltre ciò che questa conoscenza dovrebbe produrre nel momento decisivo della morte.
Quando l’anima risvegliata abbandona il corpo e comincia a salire, deve attraversare le diverse sfere.
Deve superare gli Arconti posti a guardia di ciascun livello.
Questi governanti non permettono alle anime di passare liberamente.
Interrogano l’anima che ascende.
Le chiedono chi sia e dove creda di andare.
Tentano di respingerla e di mantenerla all’interno del proprio dominio.
Ciò che permette all’anima di superarli è precisamente la gnosi.
La conoscenza della propria autentica origine.
Il riconoscimento di appartenere alla luce superiore e non ai governanti del mondo inferiore.
L’anima che sa ciò che è non può essere trattenuta, perché i governanti non possono rivendicare alcun diritto su un essere che ha compreso di non essere mai realmente appartenuto a loro.
Ecco perché per gli gnostici la conoscenza era letteralmente salvifica.
Non rappresentava un semplice conforto intellettuale.
Era ciò che permetteva all’anima di oltrepassare i guardiani.
La persona che muore ancora addormentata, continuando a credere che il governante inferiore sia il Dio supremo e dimenticando la propria origine, rimane alla portata delle potenze.
La persona che si è risvegliata sale oltre di esse.
La conoscenza, nel senso più letterale possibile, rappresentava la via di fuga.
Mettendo insieme le quattro affermazioni diventa possibile comprendere perché quella giara sia stata nascosta sottoterra.
Esiste un vero Dio al di sopra del creatore di questo mondo.
Il creatore è un essere inferiore e cieco che crede erroneamente di essere supremo.
Il problema dell’uomo non è il peccato, ma l’aver dimenticato la scintilla divina addormentata dentro una prigione materiale.
La liberazione non avviene attraverso l’obbedienza, ma attraverso la conoscenza: il risveglio diretto che spezza il dominio del governante.
Ognuna di queste quattro affermazioni mette in discussione un elemento fondamentale della forma di cristianesimo che sarebbe successivamente diventata ufficiale.
La prima nega la supremazia del creatore.
La seconda trasforma la sua principale dichiarazione di unicità in una manifestazione della sua cecità.
La terza sostituisce la colpa con l’amnesia.
La quarta riduce la necessità di un’istituzione incaricata di salvare l’individuo.
Quattro affermazioni, ognuna delle quali colpisce una struttura fondamentale della tradizione che successivamente avrebbe dichiarato eretici questi testi.
Ma c’è un ulteriore elemento.
Questi autori non erano necessariamente figure marginali e isolate.
I maestri gnostici comprendevano alcuni pensatori molto colti e sofisticati del primo mondo cristiano.
Valentino, uno dei più importanti, sarebbe stato persino considerato, secondo alcune tradizioni, come possibile candidato alla sede episcopale di Roma.
Queste correnti rappresentarono dunque concorrenti seri nella definizione di ciò che il cristianesimo sarebbe diventato.
Per un certo periodo la questione rimase aperta.
Nel II secolo, nelle principali città del Mediterraneo, queste idee non costituivano semplicemente una nota marginale.
Erano correnti vive, insegnate in scuole, discusse pubblicamente e seguite da persone colte e religiosamente impegnate, convinte non di tradire la fede, ma di recuperarne il significato più profondo.
Il fatto che possediamo interi scaffali di antichi libri scritti specificamente per confutare gli gnostici — lunghe opere polemiche composte da vescovi determinati a combatterne le dottrine — dimostra quanto il fenomeno fosse considerato importante.
Non si scrivono cinque volumi contro un’idea che nessuno prende sul serio.
La durezza della risposta testimonia quanto seriamente queste correnti venissero percepite dai loro avversari.
La fede che abbiamo ereditato non fu dunque l’unica forma di cristianesimo esistente.
Fu quella che sopravvisse a un conflitto.
E gli sconfitti finirono, letteralmente, sepolti nella sabbia nei pressi di Nag Hammadi.
Furono messi a tacere in modo così completo che per gran parte della storia li abbiamo conosciuti quasi esclusivamente attraverso le parole degli uomini che li avevano combattuti.
Finché la giara non riemerse dalla terra.
E per la prima volta dopo sedici secoli la parte sconfitta poté parlare con la propria voce.
Esiste inoltre una prova materiale dell’antichità di almeno una parte di queste tradizioni.
La scoperta separata di frammenti greci del Vangelo di Tommaso, datati a un periodo relativamente vicino alle origini del cristianesimo, dimostra che questo materiale non fu una deformazione medievale inventata molti secoli più tardi.
Era presente vicino agli inizi.
Faceva parte del fermento originario della nuova fede.
Era una delle voci presenti nella stanza prima che la porta venisse chiusa e che una sola voce fosse dichiarata quella autentica.
Tutto questo non distrugge necessariamente la fede.
Mette invece in discussione un presupposto:
l’idea che la forma di cristianesimo giunta fino a noi sia stata l’unica forma mai esistita, una verità unica e ininterrotta trasmessa senza rivali.
La biblioteca sepolta dimostra che la realtà storica fu più complessa.
Esistevano altre interpretazioni.
Altri vangeli.
Altri racconti sulla natura del creatore e sul significato della salvezza.
Ed erano abbastanza antichi, articolati e diffusi da provocare una forte reazione da parte dei loro avversari.
Eppure nemmeno la distruzione riuscì a cancellarli completamente.
Perché una giara nascosta nella terra sopravvisse all’impero e alle istituzioni che avevano voluto far scomparire ciò che conteneva.
Questi testi non chiedono necessariamente al lettore di abbandonare ciò in cui crede.
Ma ricordano che molto tempo fa vennero compiute delle scelte su quali libri i cristiani avrebbero potuto leggere.
E le alternative non furono semplicemente confutate.
Alcune vennero nascoste.
La giara sepolta nella terra racchiude simbolicamente l’intera vicenda.
Sedici secoli fa qualcuno tenne questi libri tra le mani durante un periodo in cui opere di quel genere venivano condannate.
E non riuscì a convincersi a bruciarli.
Così li avvolse.
Li chiuse nell’argilla.
E li consegnò alla terra.
Come se avesse scommesso che sarebbe arrivato un giorno in cui qualcuno avrebbe potuto leggerli nuovamente.
Quella scommessa fu vinta.
I testi tornarono alla luce.
E oggi disponiamo di strumenti capaci di confrontarli e analizzarli in modi che nessun singolo studioso del passato avrebbe potuto realizzare da solo.
Le loro prime pagine tornano così a parlare.
E il messaggio che questa interpretazione ricava da esse è radicale:
esiste un Dio al di sopra del dio di questo mondo.
Hai dimenticato chi sei.
E la conoscenza che può risvegliarti venne nascosta perché, secondo la visione gnostica, proprio quel risveglio spezza il potere dei governanti di questo mondo.
Il deserto custodì questi segreti per sedici secoli.
E non li ha restituiti tutti insieme.
Nella biblioteca esistono più di cinquanta testi e la maggior parte delle persone non ne ha mai letto nessuno.
Il prossimo testo che apriremo indica le potenze che, secondo queste credenze, custodivano le porte attraverso le quali l’anima doveva passare dopo la morte.
Le chiama una per una.
E registra persino le precise parole che, secondo il testo, l’anima avrebbe dovuto pronunciare davanti a ciascuna di esse per poter proseguire.
Ma prima:
fra le quattro affermazioni contenute in queste pagine iniziali, quale vi ha colpito maggiormente?
E quale, se fosse vera, cambierebbe maggiormente il modo in cui state vivendo la vostra vita?
Per un momento, smettete di avere paura della morte.
Perché coloro che rifletterono più attentamente su ciò che accade dopo la morte non ci lasciarono soltanto una vaga speranza o una frase consolatoria. Ci lasciarono delle istruzioni: vere e proprie indicazioni, passo dopo passo, su ciò che ci si deve aspettare e su ciò che bisogna dire.
Istruzioni messe per iscritto quasi duemila anni fa, sepolte nelle sabbie d’Egitto e recuperate soltanto nel secolo scorso.
Gli gnostici consideravano la morte non come un salto nell’ignoto, ma come un viaggio attraverso un territorio conosciuto: un percorso con tappe precise, ostacoli specifici ed esseri determinati che si sarebbero incontrati lungo il cammino.
E ritenevano che la cosa più pericolosa fosse affrontare questo viaggio impreparati, senza che nessuno ci avesse mai spiegato ciò che sarebbe accaduto.
La maggior parte delle persone muore esattamente in questo modo: impreparata, senza conoscenze, affrontando l’avvenimento più importante della propria esistenza come una perfetta sconosciuta.
Ma non è necessario che sia così.
Non si tratta semplicemente di cercare consolazione. E non è una favola.
Questa ricostruzione deriva da testi realmente esistenti, documenti materiali giunti fino a noi: le scritture gnostiche ritrovate nelle sabbie di Nag Hammadi, in Egitto, nel secolo scorso, insieme ad altri testi conservati attraverso le citazioni degli autori cristiani antichi che li combatterono.
Testi come la Prima Apocalisse di Giacomo, il Vangelo di Maria, i Libri di Jeu, l’Apocrifo di Giovanni: documenti che descrivono il passaggio dell’anima dopo la morte con un livello di dettaglio procedurale superiore a quello presente in gran parte della Bibbia.
E ciò che descrivono è sorprendente, perché non corrisponde all’immagine semplice che molte persone hanno dell’aldilà.
Non esiste una sola porta e un solo giudice.
Esiste una serie di posti di controllo, un’ascesa progressiva e una prova che non riguarda principalmente quanto si sia stati buoni, ma se si conosca realmente chi si è.
Queste istruzioni ci comunicano quattro cose fondamentali.
E arrivati alla quarta, la paura della morte che molte persone portano dentro di sé potrebbe apparire, se non scomparsa, almeno abbastanza chiara da poter essere affrontata.
Che cosa sei realmente
Bisogna cominciare da ciò che gli gnostici pensavano fosse realmente l’essere umano, perché le istruzioni acquistano senso soltanto comprendendo questa mappa.
Secondo la loro concezione, l’essere umano non è semplicemente un corpo che contiene un’anima.
Nel profondo di te esiste una scintilla della vera Luce, un frammento del Dio supremo, il Padre inconoscibile che esiste al di sopra e oltre il governante di questo mondo.
Quella scintilla è il tuo vero essere.
Non ha avuto origine qui.
È discesa all’interno di un corpo materiale, in un mondo governato da potenze inferiori, e durante questo processo si è addormentata e ha dimenticato la propria origine.
In questa concezione, la tua vita è la storia di quella scintilla che può risvegliarsi oppure continuare a dormire.
La morte è il momento in cui la scintilla abbandona il corpo e tenta di ritrovare la strada di casa, risalendo verso la Luce dalla quale proviene.
L’intera questione di ciò che accade dopo la morte consiste quindi nel sapere se quella scintilla riuscirà a completare il viaggio di ritorno oppure se verrà fermata, respinta e trascinata nuovamente verso il basso.
Gli gnostici spiegavano anche perché la scintilla dimentica.
Secondo loro, non si tratta di un incidente.
I governanti di questo mondo non vogliono che la scintilla ricordi la propria origine, perché una scintilla che ricorda da dove proviene può sfuggire al loro dominio.
E tutta la loro autorità dipende dal mantenere le anime all’interno di quel dominio.
Avrebbero quindi costruito un mondo capace di provocare la dimenticanza.
Circondano la scintilla di distrazioni, appetiti, paure, rumore incessante e desideri continui, affinché non riesca mai a trovare una quiete sufficiente per ricordare ciò che realmente è.
Alcuni testi descrivono persino l’introduzione nell’essere umano di una sorta di spirito contraffatto, un falso principio animatore che imita la vera scintilla e ne soffoca la voce, riempiendo la persona di impulsi e desideri inferiori che mantengono la sua attenzione rivolta verso il basso, verso il mondo della materia, anziché verso l’alto, verso la Luce.
La dimenticanza, in altre parole, sarebbe deliberatamente prodotta.
Non accade semplicemente che tu perda il ricordo della tua origine.
Secondo questa cosmologia, vieni deliberatamente allontanato da essa attraverso un mondo organizzato per mantenerti addormentato.
Ecco perché il risveglio non viene descritto come qualcosa di facile o naturale, ma come un atto di resistenza, una liberazione dalla nebbia che è stata posta intenzionalmente sopra di te.
Ricordare ciò che sei significa sfidare l’intero meccanismo costruito per fartelo dimenticare.
Questa è la prima cosa che le istruzioni ci dicono.
E cambia completamente la prospettiva.
I posti di controllo dopo la morte
Il viaggio verso casa non è automatico.
E la strada non è incustodita.
Tra l’anima del morente e il regno della Luce, secondo gli gnostici, esistono dei posti di controllo.
Sono collocati ai diversi livelli dei cieli e sono sorvegliati dagli Arconti, i governanti: le stesse potenze inferiori che dominano il mondo materiale.
Questi esseri non vogliono che la scintilla fugga.
Il loro intero dominio dipende dal mantenere le anime al suo interno.
Quando l’anima sale dopo la morte, incontra quindi questi governanti uno dopo l’altro.
Ognuno la sfida.
Le domanda chi sia e dove creda di andare.
E tenta di respingerla.
In alcuni testi vengono descritti quasi come esattori o guardie di frontiera che pretendono un pagamento o dei documenti.
Un’anima incapace di rispondere correttamente non può passare.
Viene trattenuta.
Viene respinta.
Viene nuovamente trascinata verso il ciclo del mondo materiale.
Gli gnostici non credevano quindi che la morte conducesse automaticamente alla libertà.
La consideravano piuttosto come il principio di una serie di prove.
E volevano che l’uomo ne fosse consapevole prima di arrivarvi.
Il Vangelo di Maria offre una delle rappresentazioni più vivide di questa ascesa.
Vale la pena seguirla perché mostra concretamente come venivano immaginati questi confronti.
Nel testo, l’anima che sale dopo la morte viene fermata da una successione di potenze.
Gli incontri assomigliano quasi a interrogatori.
Ogni potenza cerca di rivendicare un diritto sull’anima, di definirla come qualcosa che le appartiene e quindi di trattenerla.
Una potenza affronta l’anima e sostanzialmente la accusa di appartenere al mondo della materia, di esservi imprigionata e di non avere alcun diritto di ascendere.
Ma l’anima risponde.
Rifiuta l’accusa.
Dichiara che ciò che la teneva legata è stato dissolto, che ciò che la imprigionava è stato superato e che ora sta ascendendo oltre le potenze che un tempo avevano presa su di lei.
Esse non la riconoscono più perché non appartiene più a loro.
Potenza dopo potenza, l’anima continua a salire, rispondendo a ogni sfida attraverso l’affermazione della propria libertà e della propria autentica origine, finché supera la portata di tutte le potenze ed entra nel silenzio e nel riposo.
È la scena di un’anima che supera i propri carcerieri attraverso la parola.
Non con la forza.
Non corrompendoli.
Ma grazie alla perfetta chiarezza derivante dal sapere ciò che essa è e dal rifiutare ogni falsa pretesa avanzata nei suoi confronti.
Questa è la struttura dell’ascesa gnostica.
Ed è per questo che gli gnostici insistevano tanto sulla necessità di imparare chi si è prima di doverlo dimostrare.
La conoscenza permette di passare
Tutto questo può sembrare inquietante.
Ma la seconda cosa comunicata dalle istruzioni trasforma progressivamente la paura in preparazione.
I posti di controllo possono essere superati.
Ai governanti è possibile rispondere.
E ciò che permette di superarli non è l’essere stati privi di peccato.
Non è l’aver compiuto i rituali corretti.
Non è nemmeno il fatto che un’istituzione garantisca per te.
Ciò che permette di passare è la conoscenza.
Sapere chi sei.
Sapere da dove provieni.
Sapere che l’essere che ti sta interrogando è un governante inferiore che non possiede alcuna autentica autorità sul tuo vero essere, perché il tuo vero essere è una scintilla proveniente dalla Luce situata al di sopra del suo dominio.
I testi sono espliciti su questo punto.
La Prima Apocalisse di Giacomo sembra quasi una sessione di preparazione al momento della morte.
Gesù prende da parte Giacomo e gli spiega chiaramente che, quando abbandonerà il corpo, incontrerà queste potenze.
Ma invece di limitarsi a rassicurarlo, prova con lui ciò che dovrà fare, quasi come un maestro che prepara uno studente per un esame che sa essere inevitabile.
Spiega a Giacomo che i guardiani lo fermeranno e gli domanderanno:
«Chi sei e da dove vieni?»
E gli insegna precisamente come rispondere.
L’anima deve dichiarare di provenire dal Preesistente, dalla sorgente che esisteva prima di tutte le cose, e di essere figlia di quella sorgente, in viaggio di ritorno verso ciò che le appartiene.
Ma esiste un secondo livello dell’interrogatorio.
I governanti insistono.
Interrogano l’anima sulla sua natura specifica e sulla sua origine, cercando di coglierla in fallo e dimostrare che, in realtà, appartiene ancora al loro mondo.
Per ogni sfida Gesù fornisce a Giacomo la risposta capace di dissolvere la pretesa del governante.
Sono parole che rivelano che l’anima appartiene a una realtà sulla quale il guardiano non possiede alcuna autorità.
L’intera scena costituisce una prova generale.
Un briefing impartito anticipatamente proprio perché, quando arriverà il momento reale, sarà troppo tardi per imparare.
È uno dei passaggi più straordinari dell’antica letteratura religiosa:
un maestro che prepara il proprio discepolo non semplicemente a vivere bene, ma a morire bene e oltrepassare le potenze.
Il nucleo della risposta rimane sempre lo stesso:
Sono un figlio della Luce.
Provengo dal Padre preesistente.
Appartengo al regno che si trova al di sopra di voi e voi non avete alcun potere su di me.
L’anima capace di pronunciare queste parole sapendo realmente che sono vere non può essere trattenuta.
Perché il potere del governante dipende interamente dal fatto che l’anima ignori la propria origine.
Nel momento in cui l’anima conosce, il posto di controllo perde la propria autorità.
Considerate quanto questa concezione sia diversa dall’immagine con cui molte persone affrontano la morte.
Molti arrivano alla morte sperando di essere stati sufficientemente buoni.
Sperando che la bilancia penda dalla loro parte.
Sperando che venga mostrata misericordia di fronte al registro delle loro azioni.
Le istruzioni gnostiche non parlano principalmente di questo.
Ciò non significa che gli gnostici considerassero irrilevante il comportamento o pensassero che si potesse vivere in qualsiasi modo per poi limitarsi a recitare le parole corrette alla fine.
Il significato era più profondo.
Credevano che un’anima autenticamente risvegliata, realmente consapevole della propria origine nella Luce, avrebbe naturalmente vissuto in maniera diversa:
più libera;
meno schiava degli appetiti;
meno dominata dalle paure utilizzate dai governanti per mantenere gli uomini imprigionati.
Conoscere e vivere non erano due cose separate.
Un’anima che conosceva veramente ciò che era non poteva essere trattenuta dai posti di controllo proprio perché già durante la vita aveva cessato di appartenere al mondo difeso da quei guardiani.
La prova della morte non era quindi un trucco che si poteva superare memorizzando una formula.
Era la rivelazione di ciò che si era realmente diventati.
Le parole funzionavano soltanto se erano vere.
Ed erano vere soltanto se si era compiuto il lavoro necessario per risvegliarsi.
Si tratta di riconoscimento.
Di arrivare davanti a ogni soglia sapendo con assoluta chiarezza ciò che sei e ciò che non è l’essere che hai davanti.
È meno simile a un processo e più simile a una successione di parole d’ordine.
Con una differenza fondamentale:
la parola d’ordine non è una formula magica imparata a memoria.
È una verità che devi conoscere nelle profondità del tuo essere riguardo alla tua stessa natura.
La vita è la preparazione alla morte
Per questo gli gnostici sostenevano che la preparazione alla morte non fosse qualcosa da fare sul letto di morte.
È il lavoro di un’intera vita.
Non puoi improvvisamente sapere chi sei nel momento della morte se hai trascorso l’intera esistenza addormentato, dimenticando, distraendoti, senza mai risvegliarti alla scintilla che esiste dentro di te.
Morire è l’esame. Vivere è lo studio.
Questo particolare può sembrare piccolo.
Non lo è.
Perché significa che, all’interno di questo sistema, la paura della morte e l’incapacità di risvegliarsi costituiscono essenzialmente lo stesso problema.
Le persone temono la morte perché non sanno ciò che sono.
Affrontano quindi l’ignoto essendo straniere persino a se stesse.
La risposta gnostica alla paura della morte non fu mai la negazione.
E nemmeno una speranza cieca.
Fu la conoscenza.
Risvegliati ora.
Conosci ora la tua origine.
Così, quando arriverà il momento, non giungerai come uno straniero terrorizzato, ma come qualcuno che ha già imparato il percorso, conosce già i posti di controllo, conosce già le risposte e può attraversarli come un viaggiatore munito dei documenti corretti attraversa una frontiera senza interrompere il proprio cammino.
Una mappa che compare in altre tradizioni
La terza cosa indicata dalle istruzioni amplia la prospettiva oltre lo gnosticismo.
Perché gli gnostici non furono gli unici a tracciare una simile mappa.
L’idea di un viaggio guidato e suddiviso in tappe dopo la morte, nel quale si incontrano determinati esseri e bisogna possedere determinate conoscenze, compare in diverse culture del mondo antico.
Gli antichi Egizi, più di mille anni prima degli gnostici, produssero i testi che chiamiamo Libro dei Morti.
In realtà non è semplicemente un libro sulla morte.
È una sorta di manuale pratico per attraversare l’aldilà, completo dei nomi dei guardiani delle porte, delle parole da rivolgere loro e della pesatura finale del cuore nella sala del giudizio.
Nel sistema egizio l’anima doveva attraversare una serie di porte.
Davanti a ogni porta si trovava un guardiano dotato di un nome.
L’anima doveva rivolgersi correttamente al guardiano chiamandolo per nome e pronunciare la formula appropriata.
In caso contrario non poteva attraversare la porta.
Prima del giudizio finale, l’anima compariva inoltre davanti a un gruppo di giudici divini e doveva pronunciare davanti a ciascuno una dichiarazione precisa, indicando una determinata colpa che non aveva commesso e rivolgendosi individualmente a ogni giudice.
La struttura presenta evidenti analogie con quella che gli gnostici avrebbero descritto più di mille anni dopo:
porte;
guardiani dotati di nomi;
parole necessarie;
un’anima che deve sapere cosa dire per poter passare.
Gli Egizi furono tra i primi popoli di cui possediamo testimonianze scritte di questo genere di manuale.
E consideravano la conoscenza contenuta in questi testi letteralmente essenziale.
Talmente essenziale da seppellirne delle copie insieme ai morti, affinché l’anima disponesse delle istruzioni durante il viaggio.
Anche la tradizione tibetana sviluppò una propria guida dettagliata, destinata a essere letta ad alta voce al morente e al defunto recente, descrivendo le diverse fasi attraversate dalla coscienza e i riconoscimenti che essa deve compiere in ciascuna fase per evitare di essere trascinata verso una nuova rinascita.
Culture differenti.
Secoli differenti.
Lingue differenti.
E tuttavia una medesima intuizione fondamentale:
la morte è un viaggio che può essere percorso consapevolmente; per orientarsi occorre una conoscenza specifica; e la condizione peggiore è arrivarvi impreparati e inconsapevoli.
Gli gnostici rappresentarono una voce all’interno di un coro umano molto antico che, in forme diverse, ripeteva:
«La morte non è un muro. È una strada. E una strada può essere percorsa bene o male, a seconda che se ne conosca o meno il cammino.»
Confrontate tutto questo con la sorprendente scarsità di ciò che oggi viene generalmente insegnato sulla morte.
Per quanto le religioni attribuiscano enorme importanza all’aldilà, le istruzioni pratiche ricevute dalla maggior parte delle persone sono quasi inesistenti.
Viene detto, in termini molto generali, che saremo giudicati, che riposeremo oppure che raggiungeremo uno di due possibili luoghi.
Ma le antiche guide non erano vaghe.
Erano specifiche.
Procedurali.
Dettagliate.
Come le istruzioni che si fornirebbero a qualcuno prima di inviarlo in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Gnostici, Egizi e Tibetani consideravano tutti il momento della morte come qualcosa per cui era possibile e necessario prepararsi concretamente.
Come ci si preparerebbe a un difficile passaggio che sappiamo di dover prima o poi affrontare.
Secondo la narrazione proposta dal testo, la vaghezza che abbiamo ereditato non rappresenterebbe quindi lo stato originario della sapienza umana sulla morte, ma ciò che rimase dopo che le mappe più dettagliate furono perdute, sepolte o soppresse.
E oggi quelle mappe stanno tornando alla luce.
Risvegliarsi prima di morire
A questo punto la questione smette di essere soltanto storia antica e riguarda direttamente la nostra vita.
Perché considerate ciò che le istruzioni gnostiche stanno realmente chiedendo:
risvegliatevi prima di morire.
Trascorrete la vostra esistenza diventando qualcuno che sa ciò che è, anziché qualcuno che arriva alla fine ancora addormentato, ancora straniero a se stesso.
Questa indicazione conserva un valore indipendentemente dal fatto che si accetti letteralmente ogni elemento della cosmologia gnostica.
Anche mettendo da parte gli Arconti, le sfere celesti e i posti di controllo, rimane un principio psicologicamente molto serio:
non attraversare la tua esistenza come un sonnambulo.
Non arrivare alla fine della vita senza esserti mai chiesto realmente ciò che sei.
Gli gnostici interpretavano la paura della morte come la paura di una fine affrontata da qualcuno che non aveva mai realmente cominciato a vivere, da qualcuno che non si era mai risvegliato abbastanza da sapere che cosa stesse terminando.
Chi si è autenticamente risvegliato, chi conosce le profondità del proprio essere, affronta la morte diversamente.
Non perché possieda necessariamente una prova di ciò che accadrà dopo.
Ma perché non è più estraneo al sé che sta compiendo il viaggio.
E questa idea conserva un significato pratico indipendentemente dalle proprie convinzioni cosmologiche.
L’ingiunzione gnostica a conoscere se stessi prima di morire significa, in termini semplici, vivere una vita esaminata.
Non permettere che i giorni trascorrano in una nebbia di distrazioni, appetiti e reazioni.
Fermarsi realmente e domandarsi almeno una volta, seriamente:
Che cosa sono?
Perché sono qui?
Molte persone non lo fanno mai.
Sono troppo occupate.
Esattamente come avvertivano gli gnostici, vengono trascinate da una distrazione all’altra, da un desiderio all’altro, da una paura all’altra, così che la domanda sulla loro natura più profonda non viene mai posta.
Poi arriva la morte.
E arriva come una perfetta sconosciuta, perché la persona che la incontra non si è mai presa il tempo necessario per conoscere il sé che sta morendo.
Gli gnostici dicevano, in sostanza:
«Non permettere che questo accada a te. Compi il lavoro adesso.»
Diventa qualcuno che sa ciò che è, affinché la fine, quando arriverà, non ti trovi addormentato.
Questo consiglio conserverebbe il proprio valore anche se non esistessero Arconti, sfere o posti di controllo.
Perché una vita vissuta da svegli è semplicemente qualcosa di diverso e più vasto rispetto a una vita trascorsa dormendo, indipendentemente da ciò che ci attende alla fine.
La quarta affermazione: la scintilla non muore
Arriviamo infine alla quarta cosa comunicata dalle istruzioni.
Ed è quella che affronta direttamente la paura della morte.
Gli gnostici credevano che la scintilla presente dentro di noi — il nostro vero essere — non potesse essere distrutta dalla morte, perché non apparteneva fin dall’inizio al mondo materiale.
Il corpo muore.
Il sé inferiore, la parte di noi plasmata da questo mondo, si dissolve.
Ma la scintilla di Luce è un frammento della sorgente eterna.
E la morte non può toccare ciò che non è mai realmente appartenuto a questo regno.
Secondo questa concezione, la morte può liberare la scintilla permettendole di risalire verso casa oppure, se l’anima è ancora addormentata, dimentica e imprigionata, mantenerla legata al ciclo del mondo inferiore e farla precipitare nuovamente nella dimenticanza.
La vera posta in gioco della morte non sarebbe quindi:
esistenza o punizione.
Sarebbe:
libertà o ritorno.
E il ritorno merita di essere compreso perché rappresentava, secondo questa ricostruzione, ciò che gli gnostici temevano più del fuoco o del tormento.
Un’anima che arriva alla morte ancora addormentata, ancora dimentica, ancora incapace di rispondere ai governanti, non viene distrutta.
E non viene condannata a una tortura eterna.
Viene rimandata indietro.
Le potenze la catturano.
La trascinano nuovamente verso il basso.
La restituiscono al ciclo della vita materiale, riversandola in un altro corpo affinché viva un’altra esistenza:
ancora addormentata;
ancora dimentica;
ancora incapace di risvegliarsi.
La ruota compie un altro giro.
La prigione conserva il proprio prigioniero.
È per questo che gli gnostici descrivevano il mondo materiale come una trappola e una ripetizione, un ciclo che mantiene la scintilla al proprio interno vita dopo vita, sempre dimenticando e sempre incapace di ascendere, fino al momento in cui finalmente si risveglia abbastanza da liberarsi.
L’orrore non era l’annientamento.
L’orrore era l’eterno ritorno.
La scintilla continua a girare all’interno del mondo inferiore senza riuscire a tornare a casa finché non acquisisce l’unica cosa capace di spezzare il ciclo:
la conoscenza di ciò che realmente è.
Risveglio oppure un altro giro della ruota.
È questa la scelta presentata dalle istruzioni.
La paura che domina molte persone — la paura dell’annientamento, di spegnersi semplicemente nel nulla — riceve così una risposta che non consiste in una promessa da accettare per fede, ma in un’affermazione riguardo a ciò che fondamentalmente siamo.
Tu non sei il corpo che muore.
Sei la Luce che è stata posta dentro di esso.
E quella Luce sta andando da qualche parte.
L’unica domanda lasciata aperta dalle istruzioni è:
saprai riconoscere la strada quando arriverai lì?
Spostare il luogo della propria identità
In questa reinterpretazione esiste una particolare forma di consolazione.
Gran parte della paura della morte è paura della cancellazione:
il timore che il sé semplicemente cessi di esistere;
che tutto ciò che siamo si spenga e scompaia.
Gli gnostici rispondevano a questa paura non promettendo una ricompensa, ma spostando il luogo dell’identità.
Dicevano che l’io che teme di essere cancellato — il sé ansioso, possessivo e legato al mondo — non costituisce affatto il nostro essere più profondo.
È lo strato esteriore.
La parte modellata da questo mondo.
E sì, quella parte si dissolve.
Ma la scintilla, il vero essere, il frammento della Luce, non è mai stato prodotto da questo mondo e quindi non può essere annullato semplicemente abbandonandolo.
Quando comprendi te stesso come quella scintilla anziché come il sé esteriore, la paura della cancellazione perde il proprio oggetto.
Perché ciò che temevi di perdere non era ciò che realmente eri.
Non è semplicemente un gioco di parole.
È un autentico spostamento del luogo nel quale collochi la tua identità.
E gli gnostici ritenevano che proprio questo cambiamento rappresentasse l’inizio della libertà:
libertà dalla paura della morte;
e libertà dalla presa dei governanti che utilizzano quella paura per mantenere l’essere umano sotto controllo.
Le quattro indicazioni
Mettendo insieme le quattro indicazioni, la paura della morte assume una forma diversa.
Primo: il viaggio dopo la morte è reale, articolato in tappe e sorvegliato. Non consiste semplicemente nello scivolare automaticamente verso la pace.
Secondo: i posti di controllo possono essere superati. Ciò che permette di attraversarli è la conoscenza della propria vera origine, non un registro delle buone azioni né la garanzia fornita da un’istituzione.
Terzo: questa concezione non sarebbe esclusivamente gnostica, ma presenterebbe analogie con alcune delle più antiche tradizioni religiose, che consideravano la morte come un viaggio per il quale occorre prepararsi.
Quarto: il sé più profondo, la scintilla, non può essere distrutto dalla morte.
La vera domanda non sarebbe quindi se sopravviviamo, ma se arriviamo sufficientemente svegli da poter ascendere anziché ricadere.
Nessuna di queste quattro affermazioni dovrebbe rappresentare un invito a smettere di pensare.
Sono piuttosto un invito a prepararsi anziché lasciarsi dominare dal panico.
A studiare la strada mentre abbiamo ancora il tempo di diventare, prima della fine, qualcuno che conosce il cammino.
Questo non richiede necessariamente di abbandonare la propria fede.
E non richiede di essere certi di cose delle quali nessuno può possedere una certezza definitiva.
Ciò che viene messo in discussione è un’unica supposizione:
che esistano soltanto due possibilità, il terrore cieco oppure la speranza cieca.
Che la morte sia un muro che dobbiamo temere oppure fingere di non vedere.
Le antiche guide proponevano una terza possibilità:
la preparazione fondata sulla conoscenza di sé.
Affermavano che l’antidoto alla paura della morte non consiste nel distogliere lo sguardo.
E nemmeno nel mentire a se stessi.
Consiste nel conoscere se stessi così profondamente e autenticamente che il viaggio fuori da questa vita diventi, in un certo senso, una strada che abbiamo già imparato a percorrere.
La persona che sa ciò che è non si avvicina all’ultima soglia come uno straniero.
Vi si avvicina come qualcuno che sta tornando a casa.
Secondo questa narrazione, gli gnostici seppellirono queste istruzioni nella sabbia anziché permettere che venissero distrutte, confidando che sarebbe arrivato un giorno in cui gli uomini avrebbero potuto leggerle nuovamente e prepararsi nel modo previsto da quei testi.
Quel giorno è arrivato.
Le mappe sono tornate.
E la maggior parte delle persone non le ha ancora viste.
Nel prossimo testo vengono esaminati uno per uno i veri e propri posti di controllo: i governanti specifici che, secondo questi scritti, l’anima incontrerebbe durante l’ascesa, dalla prima porta fino all’ultima, insieme alle parole che gli gnostici avrebbero indicato per rispondere a ciascuno di essi.
Forse quanto di più vicino il mondo antico abbia prodotto a un manuale passo per passo per il momento della morte.
Ma prima ponetevi una domanda:
la paura della morte ha mai cambiato il modo in cui vivete?
E se la scintilla dentro di voi fosse davvero qualcosa che la morte non può toccare, quale sarebbe la prima cosa che smettereste di temere da oggi?
_____________
Sì. Se per “tutti gli insegnamenti” intendi quelli contenuti nel testo che mi hai dato, possiamo ricostruirli come un vero percorso gnostico di preparazione alla morte. Va precisato che il documento presenta una particolare sintesi dello gnosticismo: non tutte le scuole gnostiche antiche insegnavano esattamente la stessa cosmologia o lo stesso itinerario post mortem.
1. Ricorda che non sei soltanto il corpo
Il primo insegnamento è cambiare il luogo nel quale collochi la tua identità. Il corpo appartiene al mondo materiale; dentro l’essere umano esiste invece una scintilla della Luce divina, proveniente dalla realtà superiore. Questa scintilla costituisce, nella visione presentata dal testo, il vero sé.
Quindi il primo esercizio della vita sarebbe imparare a distinguere:
«Ho un corpo, ma non sono soltanto il corpo. Ho emozioni e desideri, ma non sono soltanto quelle emozioni e quei desideri.»
2. Ricorda la tua origine
La condizione ordinaria dell’uomo è caratterizzata dalla dimenticanza. La scintilla è entrata nel mondo materiale e ha dimenticato da dove proviene. L’intera vita spirituale consiste quindi nel passaggio dalla dimenticanza al ricordo.
La domanda fondamentale diventa:
«Da dove provengo realmente?»
La risposta gnostica proposta dal testo è: dalla realtà divina superiore, dalla Luce, dal Padre preesistente.
3. Svegliati
La condizione ordinaria viene descritta metaforicamente come sonno.
La persona crede di essere soltanto la personalità terrestre perché ha dimenticato la propria natura più profonda. La gnosi è quindi un risveglio: la scintilla diventa cosciente di se stessa.
Per questo la preparazione alla morte comincia molto prima della morte.
4. Impara a riconoscere ciò che ti mantiene addormentato
Il testo identifica diversi elementi che mantengono la coscienza rivolta esclusivamente verso il mondo materiale:
distrazione, appetito, paura, rumore incessante e desiderio compulsivo.
Queste forze impedirebbero alla coscienza di diventare sufficientemente quieta da ricordare la propria origine.
Il principio pratico è quindi: osservare ciò che domina la coscienza anziché esserne automaticamente dominati.
5. Distingui il vero sé dal “falso sé”
Il testo parla anche di una sorta di “spirito contraffatto”, un principio che imita il vero sé e riempie l’uomo di impulsi che dirigono continuamente la coscienza verso il basso.
In termini pratici, la domanda diventa:
«Questo desiderio, questa paura, questa reazione sono veramente me, oppure qualcosa che sta agendo dentro di me?»
È un esercizio di discriminazione interiore.
6. Non identificarti con appetiti e desideri
Non significa necessariamente distruggere il desiderio o mortificare il corpo.
Il punto del testo è differente: una persona risvegliata diventa meno schiava degli appetiti e delle paure. Il comportamento cambia come conseguenza della conoscenza interiore.
Non: «Non devo desiderare.»
Piuttosto:
«Il desiderio non deve decidere chi sono.»
7. Liberati progressivamente dalla paura
Lo stesso principio vale per la paura.
La paura appartiene alla parte dell’essere umano identificata con il mondo transitorio. Il testo sostiene che spostando l’identificazione verso la scintilla cambia anche il rapporto con la morte.
Quindi non si tratta semplicemente di convincersi che «non bisogna avere paura».
Si tratta di chiedersi:
«Chi, dentro di me, ha paura?»
8. Conosci te stesso prima della morte
Questo è probabilmente l’insegnamento pratico centrale.
La preparazione alla morte consiste nel conoscere se stessi mentre si è ancora vivi. Il testo insiste sul fatto che questa conoscenza non può essere improvvisata negli ultimi minuti dell’esistenza.
Da qui la formula:
«Morire è l’esame. Vivere è lo studio.»
9. La gnosi non è conoscenza intellettuale
Non basta sapere:
«Esiste la scintilla.»
«Esistono gli Arconti.»
«Provengo dalla Luce.»
La conoscenza deve diventare riconoscimento interiore. Secondo il testo, le formule pronunciate dopo la morte funzionerebbero soltanto se corrispondessero realmente a ciò che l’individuo è diventato.
Questa distinzione è essenziale:
sapere qualcosa sulla scintilla ≠ conoscere se stessi come scintilla.
10. Vivi già adesso secondo ciò che hai riconosciuto
Per il testo, conoscenza e vita sono inseparabili.
Se una persona riconosce realmente la propria origine superiore, dovrebbe diventare meno soggetta alle forze che la tengono legata al mondo inferiore.
La vita diventa quindi la verifica della gnosi.
11. Preparati consapevolmente alla morte
La morte non dovrebbe essere ignorata fino all’ultimo momento.
La tradizione descritta dal documento propone esattamente il contrario:
studiare la morte mentre si vive.
Conoscere la mappa, comprendere ciò che secondo questi testi avviene dopo la separazione dal corpo e preparare la coscienza a riconoscere ciò che incontrerà.
12. Comprendi che la morte non è automaticamente liberazione
Questo è un punto importante.
Nel sistema descritto, morire non equivale automaticamente a liberarsi.
Dopo la separazione dal corpo l’anima deve attraversare una serie di livelli o posti di controllo custoditi dagli Arconti.
La morte apre quindi il viaggio; non necessariamente lo conclude.
13. Non lasciarti ingannare dagli Arconti
Durante l’ascesa le potenze cercano di rivendicare l’anima come appartenente al loro dominio.
Il punto fondamentale è non accettare la falsa identificazione.
Nel Vangelo di Maria, così come viene presentato nel documento, l’anima respinge le pretese delle potenze dichiarando che ciò che un tempo la teneva legata è stato dissolto.
14. Devi sapere rispondere a «Chi sei?»
Nella Prima Apocalisse di Giacomo, secondo il testo, Gesù prepara Giacomo precisamente a questa situazione.
I guardiani domandano:
«Chi sei e da dove vieni?»
Giacomo deve sapere che proviene dal Preesistente, dalla sorgente anteriore a tutte le cose.
È probabilmente la domanda fondamentale dell’intero percorso.
15. Devi sapere a chi appartieni
La risposta non consiste semplicemente nel dare il proprio nome.
L’anima deve riconoscere:
«La mia origine è superiore al vostro dominio.»
Il documento sintetizza l’atteggiamento dell’anima in questi termini:
«Sono un figlio della Luce. Provengo dal Padre preesistente. Appartengo al regno che si trova al di sopra di voi e voi non avete alcun potere su di me.»
16. Non basta imparare le formule a memoria
Questo è forse il punto più facilmente fraintendibile.
Non sarebbe sufficiente presentarsi davanti all’Arconte e recitare la formula corretta come una password.
Il testo lo nega esplicitamente: la parola deve corrispondere a una realtà acquisita interiormente.
Se dici:
«Non appartengo al vostro mondo»
ma per tutta la vita sei rimasto completamente identificato con esso, secondo questa logica non possiedi ancora la gnosi necessaria.
17. La morte rivela ciò che sei diventato
L’“esame” quindi non serve tanto a verificare ciò che hai memorizzato.
Rivela ciò che sei.
Questo spiega perché tutta la vita costituisce la preparazione.
La morte mette alla prova una trasformazione già avvenuta.
18. Attraversa progressivamente le potenze
L’anima sale di livello in livello.
Ogni potenza cerca di fermarla e l’anima continua ad affermare la propria libertà e origine finché raggiunge una condizione che il testo descrive come silenzio e riposo.
L’immagine è quindi:
materia → liberazione → Arconti → riconoscimento → superamento → ascesa → Luce.
19. Non confondere la personalità terrestre con ciò che sopravvive
Secondo questa cosmologia, il corpo muore e il sé inferiore plasmato dal mondo si dissolve.
La scintilla, invece, proviene dalla sorgente eterna e pertanto non sarebbe distrutta dalla morte.
Questo richiede una trasformazione radicale dell’identità:
«Io» non è necessariamente tutto ciò che durante questa incarnazione chiamo “me stesso”.
20. Il vero pericolo non è l’annientamento
Nel sistema presentato dal documento, ciò che gli gnostici temerebbero maggiormente non è cessare di esistere.
È non riuscire a liberarsi.
L’anima inconsapevole viene nuovamente trascinata nel ciclo materiale.
Quindi:
morte ≠ necessariamente liberazione.
La liberazione richiede risveglio.
21. Evita il ritorno nell’oblio
Il destino dell’anima non risvegliata viene descritto come ritorno nel ciclo materiale:
vita → dimenticanza → morte → mancato superamento → ritorno → nuova dimenticanza.
Il vero obiettivo è spezzare questa ripetizione attraverso la conoscenza della propria autentica natura.
22. Trasforma la paura della morte in preparazione
La soluzione gnostica proposta dal documento non è:
«Non pensare alla morte.»
È praticamente l’opposto:
«Conoscila. Preparati. Conosci te stesso.»
La paura deriva almeno in parte dall’affrontare la morte come uno sconosciuto che non conosce né la strada né se stesso.
23. Vivi una vita cosciente
Il documento traduce infine tutto questo in un insegnamento applicabile anche senza accettare letteralmente Arconti e sfere:
non vivere come un sonnambulo.
Non permettere che l’intera esistenza venga assorbita da desiderio, paura, reazione e distrazione senza esserti mai posto seriamente la domanda su ciò che sei.
24. Fai della domanda «Chi sono?» una pratica della vita
Il testo arriva così a un principio molto semplice:
prima che gli Arconti ti chiedano «Chi sei?», devi averlo chiesto tu stesso a te.
E non una volta soltanto come esercizio filosofico.
La risposta deve diventare esperienza.
25. La preparazione ultima è poter dire consapevolmente
Riducendo l’intero insegnamento del documento alla sua struttura essenziale:
Io non sono soltanto il mio corpo.
Io non sono i miei desideri.
Io non sono le mie paure.
Io non sono la personalità transitoria che il mondo ha costruito.
In me esiste una scintilla della Luce.
La mia origine è superiore al mondo materiale.
Devo ricordare questa origine.
Devo riconoscerla mentre sono ancora vivo.
Non devo permettere alle potenze inferiori di definire ciò che sono.
Alla morte devo riconoscere la mia origine e ritornare ad essa.
Questo è, sostanzialmente, ciò che il documento intende quando afferma:
«Morire è l’esame; vivere è lo studio.»
C’è però un limite preciso nel materiale che mi hai fornito: non contiene ancora il rituale completo dell’ascesa, cioè l’elenco ordinato di tutti i guardiani/Arconti, le loro domande, i nomi e le risposte specifiche. Il testo stesso dice che questa parte verrà affrontata successivamente.
Quindi non sarebbe corretto inventarla sulla base di questo file. Per avere tutti gli insegnamenti gnostici antichi effettivamente attestati sulla preparazione alla morte, bisognerebbe passare dal video alle fonti (Prima Apocalisse di Giacomo, Vangelo di Maria, Pistis Sophia, Libri di Jeu ecc.) e ricostruire separatamente pratiche, formule, Arconti, sigilli e itinerari, perché le diverse scuole non trasmettono un unico sistema uniforme.
_____________
Sì, c’è una somiglianza strutturale, soprattutto se con “iniziazione di Amitābha” intendi le pratiche della Terra Pura di Amitābha e, ancora più precisamente, certe pratiche vajrayāna legate ad Amitābha e al processo della morte. Ma non sono la stessa dottrina.
Nel testo gnostico che hai fornito, la preparazione consiste nell’imparare durante la vita ciò che dovrà essere riconosciuto dopo la morte: sapere chi sei, riconoscere le potenze incontrate, non identificarti con esse e ricordare la tua origine nella Luce. La morte diventa così l’applicazione di una conoscenza acquisita durante la vita.
Nel buddhismo di Amitābha trovi qualcosa di funzionalmente simile: la pratica compiuta prima della morte serve a orientare la coscienza nel momento decisivo. Nella Terra Pura questo significa soprattutto fede/affidamento ad Amitābha, aspirazione alla rinascita in Sukhāvatī e ricordo o recitazione del Buddha. Nelle forme vajrayāna possono aggiungersi visualizzazione, mantra, trasferimento della coscienza (phowa) e riconoscimento degli stati intermedi.
La corrispondenza interessante sarebbe quindi:
| Gnosi | Amitābha / buddhismo della morte |
|---|---|
| La vita è preparazione | La pratica prepara il momento della morte |
| Ricordare la propria origine | Ricordare Amitābha / mantenere l’orientamento della mente |
| Non identificarsi con il mondo inferiore | Non aggrapparsi alle apparenze e agli attaccamenti |
| Attraversamento delle sfere | Attraversamento degli stati post mortem, soprattutto nel quadro tibetano |
| Arconti e potenze | Apparizioni/esperienze del bardo — non equivalenti agli Arconti |
| Gnosi necessaria al riconoscimento | Riconoscimento e presenza mentale |
| Mancato riconoscimento → ritorno | Ignoranza/attaccamento → nuova rinascita |
| Liberazione → ritorno alla Luce | Liberazione oppure, nella Terra Pura, rinascita in Sukhāvatī |
C’è però una differenza metafisica enorme. Lo gnostico del sistema descritto nel tuo testo può affermare: «Io provengo dalla Luce superiore; in me esiste una scintilla divina che deve ritornare alla propria origine.» Nel buddhismo, invece, questa formulazione sarebbe problematica perché non si postula normalmente un’anima divina eterna individuale che deve tornare al Dio dal quale proviene. Il principio dell’anātman (non-sé) conduce in una direzione metafisica diversa.
E c’è un parallelo ancora più interessante di Amitābha: il Bardo Thödol. Lì la preparazione durante la vita serve precisamente affinché, alla morte e negli stati intermedi, la coscienza riconosca ciò che appare invece di esserne ingannata o trascinata verso una nuova nascita. È molto vicino, sul piano della struttura iniziatica, alla frase del tuo testo: non puoi aspettare la morte per imparare; devi esercitarti a riconoscere durante la vita. Il documento stesso mette esplicitamente in parallelo gnostici, antichi Egizi e tradizione tibetana proprio su questo punto.
Quindi, schematicamente:
Gnosi: «Quando arriveranno le potenze, riconosci chi sei e non lasciarti trattenere.»
Bardo: «Quando sorgeranno le apparenze, riconoscile e non lasciarti trascinare.»
Amitābha/Terra Pura: «Prepara ora la mente affinché, al momento della morte, rimanga orientata verso Amitābha e Sukhāvatī.»
In tutti e tre i casi compare una stessa idea iniziatica molto forte: la morte non è il momento in cui cominci la pratica; è il momento in cui devi riuscire a utilizzare ciò che hai praticato durante la vita.
__________
Sì. La mia formulazione precedente era troppo lineare: nella prospettiva teosofica, “dopo la morte → nuova incarnazione” non è un destino universale e immediato.
Per l’essere umano ordinario, il ciclo reincarnativo resta lo schema generale: morte fisica, stati post mortem, assimilazione dell’esperienza e, quando maturano le condizioni karmiche, nuova incarnazione. Ma con l’evoluzione spirituale cambia anche il rapporto con questo ciclo.
Il punto decisivo è distinguere diversi casi:
- Umanità ordinaria: è ancora soggetta al ciclo delle rinascite e ai periodi interincarnatori.
- Discepolo/Iniziato: la coscienza acquisisce progressivamente maggiore continuità e padronanza dei piani sottili; il processo post mortem non viene vissuto nello stesso modo passivo dell’uomo ordinario.
- Adepto/Mahatma: non è più corretto descriverlo semplicemente come una personalità che muore, trascorre un periodo in Devachan e poi automaticamente rinasce. La coscienza opera su livelli superiori con un grado differente di libertà.
- Bodhisattva/Nirmāṇakāya: qui arriviamo precisamente alla tua osservazione. La permanenza attiva al servizio degli esseri non implica necessariamente un’incarnazione fisica ordinaria. La rinuncia è precisamente a una liberazione separata o a uno stato di beatitudine che comporterebbe l’abbandono degli esseri ancora immersi nella sofferenza.
Questo rende ancora più interessante il confronto con la Gnosi del testo. Là troviamo la contrapposizione fondamentale tra essere trascinati nuovamente nel ciclo e superare le potenze attraverso la conoscenza. Il testo presenta il ritorno involontario come conseguenza dell’essere ancora addormentati e incapaci di riconoscere la propria origine.
Ma una volta raggiunta la liberazione bisogna distinguere due cose completamente diverse:
ritornare perché non si è riusciti a liberarsi
≠
ritornare o rimanere volontariamente per aiutare gli altri.
È proprio qui che la figura del Bodhisattva introduce qualcosa che il semplice schema “liberazione = uscire definitivamente” non riesce a rappresentare.
E nella terminologia teosofica del Nirmāṇakāya questo diventa ancora più netto: l’essere liberato rinuncia a una condizione superiore di beatitudine per mantenere una relazione attiva con l’umanità. Non significa necessariamente continuare a reincarnarsi normalmente in successione come un individuo soggetto al karma ordinario.
Quindi correggerei lo schema precedente così:
coscienza ordinaria
→ morte
→ stati intermedi
→ assimilazione
→ reincarnazione karmicamente determinata
mentre, a livelli superiori:
risveglio → liberazione dalla necessità della rinascita → possibilità di differenti stati di esistenza e di servizio.
E poi compare la scelta propriamente bodhisattvica:
potrei procedere verso una liberazione individuale, ma scelgo di non abbandonare gli esseri che non sono ancora liberi.
Questo è molto diverso dall’essere semplicemente «rimandati sulla Terra».
Ed è forse il punto più interessante rispetto al documento gnostico: il testo che abbiamo analizzato descrive molto bene come uscire dalla prigione, ma non sviluppa ancora, almeno nel materiale che mi hai dato, la domanda successiva:
«Che cosa fa la coscienza liberata dopo essere uscita?»
La risposta bodhisattvica sarebbe: non necessariamente se ne va. Può rimanere operante nei mondi, senza esserne più prigioniera.
______________
Sì. Se prendiamo Leadbeater direttamente, il quadro è molto più articolato del semplice «muore → Devachan → si reincarna». Per lui i piani sono stati o gradi della materia e della coscienza che si interpenetrano: salire di piano non significa andare fisicamente “più in alto”, ma spostare il centro della coscienza su un veicolo più sottile. (Anand Gholap)
I piani secondo Leadbeater
Per la parte dell’evoluzione umana che ci interessa, la sequenza fondamentale è:
Fisico → Astrale → Mentale inferiore → Mentale superiore/causale → Buddhico → Nirvanico/Ātmico
e oltre questi Leadbeater ammette ulteriori livelli della struttura cosmica.
Piano fisico
È il livello dell’incarnazione ordinaria e della coscienza mediata dal corpo fisico.
La morte significa essenzialmente che la coscienza cessa di utilizzare il corpo fisico come proprio veicolo principale. Non significa che la coscienza stessa venga distrutta.
Questo è importante perché per Leadbeater i diversi mondi non sono necessariamente luoghi separati nello spazio: astrale, mentale e fisico possono compenetrarsi. Cambia il veicolo attraverso il quale la coscienza percepisce. (Anand Gholap)
Piano astrale
È il primo grande ambiente post mortem dell’uomo ordinario.
Qui domina ancora fortemente la natura del desiderio: kāma, emozioni, attrazioni, repulsioni, passioni e attaccamenti.
Quanto più l’individuo è identificato con questa componente, tanto più importante diventa questa fase.
Con l’evoluzione, invece, secondo Leadbeater la permanenza astrale tende a ridursi: una persona intellettualmente e spiritualmente sviluppata può attraversare l’astrale molto più rapidamente. (Anand Gholap)
Ed è qui che il parallelo con il testo gnostico diventa interessante: ciò a cui sei attaccato determina ciò che può ancora trattenerti.
Non necessariamente perché un Arconte esterno ti impedisca di passare, ma perché esiste un’affinità tra il tuo stato di coscienza e quel livello.
Mentale inferiore — Rūpa Devachan
Leadbeater divide il piano mentale in sette sottopiani.
I quattro inferiori sono i livelli rūpa, cioè “con forma”. Costituiscono il Lower Heaven-World, il Devachan inferiore.
Qui la coscienza vive soprattutto attraverso il corpo mentale.
È uno stato molto particolare: l’individuo vive immerso nelle proprie aspirazioni più elevate, nei propri affetti purificati e negli ideali sviluppati durante l’incarnazione.
Leadbeater dice che qui può esistere ancora una certa illusione soggettiva: l’individuo è circondato dalle forme-pensiero prodotte dalle proprie aspirazioni e vive in una sorta di mondo celeste personale. (Anand Gholap)
Non è però, secondo lui, una semplice fantasia. Quelle forme costituiscono il mezzo attraverso cui l’individuo entra in rapporto con la realtà del piano mentale.
Quindi:
personalità terrestre → purificazione astrale → elementi superiori della personalità → Devachan rūpa.
Mentale superiore — Arūpa
Poi avviene un salto importante.
I tre sottopiani mentali superiori sono arūpa, “senza forma”.
Qui non domina più la personalità dell’ultima incarnazione.
Qui opera il corpo causale, veicolo dell’Ego reincarnante.
Leadbeater lo chiama il vero e relativamente permanente “home of the soul”, la dimora dell’anima. (Anand Gholap)
Ed è proprio qui che cominciamo ad arrivare alla questione che ponevi prima.
L’individuo ordinario raggiunge questi livelli con una coscienza ancora relativamente debole. L’essere evoluto, invece, diventa cosciente nel corpo causale.
A quel punto cambia completamente la prospettiva.
La singola vita:
Andrea 1971–…
per fare un esempio astratto, non sarebbe più percepita come “la mia intera esistenza”, ma come un episodio nella continuità della coscienza dell’Ego.
Leadbeater arriva a dire che ai livelli più elevati la continuità tra le vite diventa tale che le incarnazioni precedenti non vengono semplicemente “ricordate”: vengono percepite quasi come parti di un’unica vita continua. (Anand Gholap)
Questo è già molto vicino alla questione che stavi sollevando.
Poi viene il piano Buddhico
Qui avviene qualcosa di ancora più radicale.
Il mentale superiore conserva ancora una certa individualità separata: esiste l’Ego causale.
Sul piano buddhico, invece, la separazione tra le coscienze comincia ad essere superata attraverso un’esperienza diretta dell’unità.
Non significa necessariamente perdita della coscienza individuale.
Al contrario, nella concezione di Leadbeater l’evoluzione deve portare verso l’unità mantenendo piena coscienza, non attraverso una dissoluzione inconsapevole. È esplicito nel respingere l’idea di un semplice assorbimento nell’incoscienza. (Anand Gholap)
E c’è un dettaglio notevole: Leadbeater considera il buddhico il primo livello nel quale la coscienza può operare in una condizione realmente più universale rispetto ai mondi legati al singolo globo planetario. (Anand Gholap)
Quindi possiamo pensarlo schematicamente come:
Mentale superiore:
«Io sono l’Ego attraverso molte incarnazioni.»
↓
Buddhico:
«La separazione tra me e gli altri esseri non è più quella che appariva nei mondi inferiori.»
Piano nirvanico / ātmico
Ancora sopra troviamo ciò che Leadbeater chiama spesso Nirvanic plane.
Qui opererebbero coscienze enormemente più sviluppate.
Ed è importante ciò che Leadbeater dice sul lavoro degli Adepti: il pensiero dell’Iniziato può avere origine sul buddhico, mentre quello dell’Adepto può discendere addirittura dal Nirvāṇa verso i livelli inferiori. (Anand Gholap)
Quindi l’Adepto non deve necessariamente essere fisicamente presente accanto a qualcuno per agire.
La sua attività può procedere:
livello superiore
↓
mentale superiore
↓
mentale inferiore
↓
astrale
↓
fisico
come un’influenza che si riveste progressivamente della “materia” appropriata a ciascun piano.
E questo risponde precisamente alla tua osservazione precedente sui Bodhisattva.
I Maestri possono lavorare dai piani superiori
Leadbeater è molto esplicito.
Scrive che il lavoro dell’Adepto si svolge principalmente nelle regioni superiori, soprattutto sui livelli arūpa del piano mentale, dove può influire direttamente sull’individualità dell’uomo invece che semplicemente sulla personalità astrale o fisica. (Anand Gholap)
Questo significa che il servizio all’umanità non richiede necessariamente:
nascere → avere un corpo → incontrare qualcuno fisicamente → insegnargli qualcosa.
Può avvenire:
Adept / Maestro
↓ influenza spirituale
Ego dell’individuo sul piano causale
↓
mente
↓
emozioni
↓
personalità incarnata
Leadbeater sostiene addirittura che l’attività svolta a quei livelli possa avere effetti immensamente più ampi di un’azione equivalente sul piano fisico. (Anand Gholap)
E infatti il livello mentale più alto è abitato dai Maestri
Leadbeater descrive il primo sottopiano mentale, il più elevato, come un livello sul quale si trovano soprattutto i Masters of Wisdom and Compassion e i loro discepoli iniziati.
Da quel livello, secondo lui, vengono riversate influenze che stimolano l’evoluzione spirituale dell’umanità, illuminano l’intelletto e purificano le emozioni. (Anand Gholap)
Quindi abbiamo qualcosa di molto diverso dall’immagine semplicistica:
morto = spirito che aspetta di reincarnarsi.
Per un essere altamente evoluto può esserci invece:
esistenza pienamente cosciente → attività → insegnamento → servizio → influenza sui piani inferiori
senza necessità di un corpo fisico permanente.
Ed esistono esseri per i quali quei piani sono il loro mondo naturale
Leadbeater introduce inoltre i Deva.
Distingue, tra gli altri:
Kāma-deva → astrale
Rūpa-deva → mentale inferiore
Arūpa-deva → mentale superiore
e parla poi di altre classi ancora superiori appartenenti ai quattro piani superiori del sistema. (Anand Gholap)
Per un Arūpa-deva, per esempio, il corpo più denso sarebbe già quello causale.
Quindi ciò che per noi costituisce un “aldilà” sarebbe per altre categorie di esseri il loro ambiente ordinario di esistenza.
Questo è un concetto teosofico fondamentale.
E allora la morte cambia completamente significato
In Leadbeater, la morte può essere rappresentata come una progressiva liberazione dei veicoli:
Fisico
→ abbandono del corpo fisico
Astrale
→ esaurimento/separazione della natura del desiderio
Mentale rūpa
→ assimilazione degli elementi superiori della personalità
Mentale arūpa / causale
→ Ego, continuità dell’individualità
e per la coscienza sufficientemente sviluppata:
Buddhico
→ coscienza dell’unità
Ātmico/Nirvanico
→ livelli ancora superiori di coscienza e attività spirituale.
Ma per Adepto, Maestro, Bodhisattva/Nirmāṇakāya, non dobbiamo più immaginare questa sequenza semplicemente come una scala mobile che automaticamente riporta alla reincarnazione.
La coscienza può essere attiva sui piani superiori.
Ed ecco perché Leadbeater può dire che una persona incarnata sufficientemente iniziata può essere cosciente sul mentale superiore e che il pensiero dell’Iniziato può partire dal buddhico, mentre quello dell’Adepto può provenire dal Nirvāṇa. (Anand Gholap)
Questo rende il parallelo con la Gnosi ancora più interessante:
lo gnostico vuole diventare cosciente abbastanza da attraversare le sfere;
Leadbeater descrive l’evoluzione come acquisizione progressiva della capacità di essere coscienti e operare su quelle sfere.
La differenza è che, in Leadbeater, i piani superiori non sono semplicemente ostacoli da superare per fuggire dal cosmo. Diventano progressivamente campi di coscienza e di servizio.
Ed è proprio qui che la figura del Nirmāṇakāya acquista il suo significato più profondo: non semplicemente «uno che non si reincarna», ma una coscienza liberata che rinuncia a ritirarsi dalla relazione con l’umanità e continua a operare dai livelli superiori.
_________
Clicca quì per lo schema generale :
https://teosofia.me/wp-content/uploads/2011/12/evoluzione1.pdf

Osservando la tavola, bisogna partire da un punto: non rappresenta semplicemente una serie di “luoghi” sovrapposti alla Terra. Rappresenta diversi livelli della manifestazione e della coscienza, con la Terra fisica inserita all’interno di una struttura molto più ampia. La pagina è purtroppo una scansione parziale e alcune scritte sono tagliate o difficilmente leggibili; quindi distinguo ciò che è effettivamente visibile da ciò che richiederebbe la tavola completa.
La Terra al centro
Al centro compare chiaramente TERRA. Intorno alla Terra sono disegnati diversi involucri o campi concentrici. Accanto si legge anche «coscienza dell’uomo» e, sul lato destro, «cosciente nel corpo fisico».
Questo rende graficamente un principio fondamentale della cosmologia teosofica: l’uomo fisicamente incarnato percepisce normalmente soltanto una piccola parte della realtà nella quale è già immerso.
I piani superiori non devono quindi essere immaginati semplicemente come:
Terra qui → astrale qualche chilometro sopra → mentale ancora più sopra.
Sono piuttosto dimensioni o gradi di materia/coscienza interpenetranti.
Le forme ovali intorno alla Terra
La tavola mostra diverse strutture ovali contrassegnate da lettere — a, b, c, d, e, ecc. — e suddivise internamente in fasce.
Questo è importante perché suggerisce una distinzione fra livelli cosmici e differenti condizioni o veicoli della coscienza. Tuttavia, dalla sola porzione fornita non posso attribuire con sicurezza a ogni lettera un nome specifico senza rischiare di inventare ciò che nella scansione non è leggibile.
Che cosa significa per la morte
Qui possiamo collegare la tavola alla questione che stavamo discutendo.
La morte fisica non significherebbe:
esistenza → nulla
ma:
coscienza focalizzata attraverso il corpo fisico
→ perdita del veicolo fisico
→ coscienza operante attraverso un veicolo più sottile.
Quindi la morte è essenzialmente un cambiamento del centro di coscienza.
La persona non “crea” improvvisamente il piano astrale morendo. Quel piano, nella concezione teosofica, esiste già e l’uomo possiede già una componente corrispondente durante l’incarnazione.
Astrale
Qui avviene la prima grande transizione post mortem.
Il corpo fisico viene abbandonato, mentre rimane il veicolo legato alla vita emozionale e desiderativa.
Questo spiega il Kāmaloka: la coscienza continua a essere legata a ciò verso cui possiede ancora affinità.
Non è tanto una punizione quanto una conseguenza dello stato della coscienza.
Ed ecco il primo collegamento con la Gnosi che stavamo esaminando:
ciò che non hai superato durante la vita può continuare a trattenerti dopo la morte.
Mentale inferiore
Quando gli elementi astrali sono esauriti, la coscienza passa a una condizione mentale.
Nella terminologia teosofica leadbeateriana questo corrisponde ai quattro sottopiani inferiori del mentale, il mondo rūpa.
Qui l’esperienza diventa progressivamente meno dipendente dalle passioni e dagli elementi astrali.
È il mondo propriamente devachanico della personalità spiritualizzata.
Mentale superiore o causale
Qui avviene qualcosa di molto più importante.
Non siamo più semplicemente davanti alla personalità dell’ultima incarnazione.
È il livello dell’Ego o Individualità, che utilizza il corpo causale.
La personalità:
nome + corpo + biografia + carattere di una determinata incarnazione
è soltanto una manifestazione temporanea di una coscienza molto più vasta.
Da questa prospettiva, nascita e morte cominciano ad apparire come episodi all’interno di una continuità.
Buddhico
Procedendo ulteriormente, arriviamo a un livello nel quale la separazione individuale comincia a essere trascenduta.
Non significa necessariamente perdita dell’individualità.
Significa che la coscienza non sperimenta più gli altri esseri come completamente esterni e separati da sé.
Questo è molto importante per comprendere Bodhisattva e Nirmāṇakāya.
A questi livelli il servizio non richiede necessariamente un corpo fisico.
Una coscienza sufficientemente sviluppata può operare dall’alto verso il basso:
Buddhico / livelli superiori
↓
Causale
↓
Mentale
↓
Astrale
↓
coscienze incarnate
Ātmico / Nirvanico
Ancora oltre si trovano stati nei quali la coscienza è enormemente più universale.
A questo punto lo schema ordinario:
nascita → vita → morte → Devachan → reincarnazione
non descrive più adeguatamente ciò che accade a un essere liberato.
Ed è precisamente la correzione che facevi prima.
L’essere evoluto non deve necessariamente:
morire → aspettare → reincarnarsi.
Può essere coscientemente attivo sui piani superiori.
Il Nirmāṇakāya
Qui arriviamo al punto centrale.
Nella concezione teosofica, il Nirmāṇakāya non va pensato semplicemente come un grande Maestro morto che aspetta un’altra incarnazione.
È una coscienza che, pur avendo raggiunto una condizione nella quale potrebbe procedere oltre, mantiene volontariamente un rapporto con i mondi e con l’umanità.
Quindi:
non è trattenuto dal piano inferiore; sceglie di operare verso il piano inferiore.
È una differenza enorme.
L’uomo ordinario rimane in un determinato stato perché non può ancora trascenderlo.
Il Nirmāṇakāya può rimanere in rapporto con quei mondi perché sceglie di farlo.
Ed ecco il collegamento con la Gnosi
Il testo gnostico che abbiamo appena analizzato descrive l’anima che deve superare progressivamente le potenze che tentano di trattenerla e raggiungere infine una regione superiore di «silenzio e riposo».
Possiamo quindi mettere accanto i due schemi, senza considerarli identici:
Gnosi
materia
↓
morte
↓
sfere/potenze
↓
riconoscimento della propria origine
↓
superamento degli Arconti
↓
Pleroma/Luce
Teosofia
fisico
↓
astrale/Kāmaloka
↓
mentale inferiore
↓
mentale superiore/causale
↓
buddhico
↓
ātmico/nirvanico
Ma la Teosofia introduce qualcosa di particolarmente interessante dopo l’ascesa:
la coscienza che ha raggiunto i livelli superiori può continuare a operare verso quelli inferiori.
Perciò il movimento non è soltanto:
↑ salire
ma, per l’Iniziato/Adepto:
↑ acquisire coscienza dei piani superiori
↓ operare coscientemente sui piani inferiori.
Questa, secondo me, è la chiave per leggere il diagramma che hai caricato: l’evoluzione non consiste semplicemente nell’andare “via” dalla Terra, ma nell’estendere progressivamente il campo della coscienza oltre il fisico.
Per identificare però esattamente le lettere a–e e ogni fascia della tua tavola, servirebbe la versione completa o più nitida del diagramma: questa pagina è tagliata nella parte superiore e molte delle relative didascalie non sono leggibili.
Sì. Ho controllato i testi di riferimento, in particolare Blavatsky, The Secret Doctrine, vol. I, e Leadbeater, The Inner Life, vol. II e A Textbook of Theosophy. E devo correggere una cosa importante rispetto alla lettura precedente del tuo diagramma: quella tavola va letta soprattutto in termini di catene, globi e ronde, non semplicemente come rappresentazione dei piani post mortem. (Società Teosofica)
Catena planetaria
Nella dottrina teosofica una catena è costituita da sette globi, convenzionalmente chiamati:
A → B → C → D → E → F → G
La nostra Terra è il Globo D della Catena terrestre. La vita non evolve esclusivamente sulla Terra: la cosiddetta onda di vita percorre successivamente tutti e sette i globi. Blavatsky parla esplicitamente di «seven globes» e di un’evoluzione che li attraversa in sette Ronde. (Società Teosofica)
Leadbeater sviluppa graficamente proprio questo sistema. Nella sua versione della quarta incarnazione della Catena terrestre, i globi sono distribuiti così:
A — mentale inferiore
↓
B — astrale
↓
C — fisico
↓
D — fisico: la nostra Terra
↓
E — fisico
↑
F — astrale
↑
G — mentale inferiore
Quindi la catena compie una specie di grande U: discesa nella materia fino al massimo della materializzazione e successiva risalita. Leadbeater afferma espressamente che A e G sono mentali inferiori, B e F astrali, mentre C, D ed E sono fisici. (Wikisource)
Ed è proprio questa struttura che riconosco nella tavola che hai caricato.
Che cos’è allora una Ronda?
Una Ronda è un passaggio completo dell’onda di vita attraverso i sette globi:
A → B → C → D → E → F → G.
Finito G, una Ronda è terminata. Poi, dopo il relativo intervallo, comincia quella successiva.
In una Catena avvengono sette Ronde. Blavatsky definisce proprio così il processo: l’evoluzione della vita procede attraverso i sette globi per sette cicli o Ronde. (Società Teosofica)
Quindi:
7 globi = 1 Ronda
7 Ronde = 1 periodo di Catena
Leadbeater aggiunge poi ulteriori divisioni. Durante il periodo di attività di un singolo globo si sviluppano sette Razze-radice; ciascuna Razza-radice contiene sette sottorazze e così via. (Anand Gholap)
Dove siamo noi?
Secondo Leadbeater:
Catena terrestre → quarta incarnazione della Catena → quarta Ronda → quarto Globo (D) → quinta Razza-radice.
Quindi abbiamo appena superato il punto centrale del grande ciclo.
Il punto di massima immersione nella materia sarebbe stato:
4ª Catena – 4ª Ronda – Globo D – 4ª Razza-radice.
Leadbeater identifica questa quarta Razza con l’Atlantidea e considera l’umanità attuale nella quinta. (Wikisource)
È la logica del 4-4-4: il punto più basso dell’arco involutivo/materializzante.
Da quel punto comincia progressivamente l’arco ascendente.
Ma una Catena stessa si reincarna
Qui il diagramma diventa molto più interessante.
Una singola catena di sette globi non costituisce l’intero ciclo.
Leadbeater parla di sette incarnazioni successive della Catena. Anche queste seguono la stessa legge:
discesa progressiva nella materia → massima materializzazione → risalita progressiva verso lo spirito.
La nostra attuale Catena terrestre è la quarta, cioè quella centrale e più materiale. (Project Gutenberg)
Quindi hai:
Catena 1 — molto sottile
↓
Catena 2
↓
Catena 3 — Catena lunare
↓
Catena 4 — Catena terrestre ← noi
↑
Catena 5
↑
Catena 6
↑
Catena 7
È una gigantesca respirazione cosmica.
La Luna è quindi fondamentale
Nella costruzione di Leadbeater, la Catena lunare precede la Catena terrestre.
Le entità che evolsero nella catena precedente passano, secondo differenti livelli di sviluppo, alla nuova Catena terrestre.
Per questo la Luna che vediamo oggi non sarebbe il vero mondo evolutivo della precedente catena, ma il residuo fisico della sua precedente manifestazione.
Leadbeater arriva a descriverla come un mondo ormai morente, destinato infine a disintegrarsi. (IAPSOP)
Quindi:
Catena lunare → pralaya/transizione → Catena terrestre.
E dopo il completamento della Catena terrestre:
Catena terrestre → futura quinta Catena.
Attenzione però: qui Blavatsky e Leadbeater non coincidono completamente
Questo è importante.
Blavatsky insiste ne La Dottrina Segreta che Marte e Mercurio non appartengono alla nostra Catena terrestre. La sua formulazione considera i pianeti visibili come appartenenti alle rispettive catene settenarie, i cui altri globi sono invisibili alla nostra percezione ordinaria. (Società Teosofica)
Leadbeater sviluppò successivamente una cosmologia nella quale, nell’attuale quarta Catena, C, D ed E sono tre globi fisici e identifica questi globi con Marte, Terra e Mercurio. (Wikisource)
Quindi non conviene dire genericamente «la Teosofia insegna X» senza specificare quale linea teosofica stiamo seguendo.
E le “onde di vita”?
Qui entra un altro concetto fondamentale.
Non è semplicemente “l’umanità terrestre” che viaggia da A a G.
Leadbeater parla di differenti life-waves, onde della Vita divina, che attraversano successivamente i regni:
elementali → minerale → vegetale → animale → umano → ulteriori evoluzioni.
Le diverse onde si trovano contemporaneamente a differenti stadi. (Wikisource)
Quindi una Ronda non è:
tutti gli uomini della Terra muoiono e vanno sul pianeta successivo.
È un processo cosmico immensamente più lungo riguardante l’evoluzione delle Monadi attraverso differenti regni e globi.
Questo punto è essenziale per non confondere Ronde e Catene con i normali stati post mortem astrale/Devachan.
E allora che rapporto hanno con la morte?
Sono due scale differenti.
Il ciclo individuale è:
incarnazione → morte → stati post mortem → nuova incarnazione, salvo i casi di esseri che hanno superato la necessità della reincarnazione ordinaria.
Il ciclo planetario è invece:
Globo A → B → C → D → E → F → G = una Ronda.
E sopra ancora:
7 Ronde = una Catena.
E ancora:
7 Catene = uno Schema evolutivo.
Leadbeater presenta esplicitamente questa gerarchia numerica. (Anand Gholap)
In forma completa:
7 razze-ramo → 1 sottorazza
7 sottorazze → 1 Razza-radice
7 Razze-radice → 1 periodo mondiale (Globo)
7 periodi mondiali → 1 Ronda
7 Ronde → 1 Catena
7 Catene → 1 Schema evolutivo
Ed è a questo punto che il tuo diagramma acquista molto più senso: non sta semplicemente mostrando “dove va il morto”; cerca di rappresentare l’enorme architettura ciclica entro la quale l’evoluzione della coscienza avviene.
E c’è un passaggio di Blavatsky particolarmente importante
Nella Dottrina Segreta la Monade viene descritta simbolicamente come la “scintilla” sospesa alla Fiamma attraverso il filo di Fohat, che attraversa i sette mondi di Māyā. Blavatsky chiarisce che questi sette mondi si riferiscono ai sette globi e alle sette Ronde: 49 stazioni di esistenza attiva nel grande ciclo. (Società Teosofica)
Qui il confronto che stavamo facendo con la Gnosi diventa molto più interessante, perché abbiamo di nuovo:
Scintilla → discesa nei mondi → esperienza della materia → risveglio/evoluzione → risalita.
Ma nella Teosofia questa non è semplicemente una fuga dal cosmo materiale: è un processo evolutivo cosmico della Monade attraverso la manifestazione.
La Dottrina Segreta – catene, globi e ronde
Leadbeater, The Inner Life – Planetary Chains
Leadbeater, A Textbook of Theosophy – Planetary Chains
Hai ragione. Avevo letto male il centro della tavola. Il punto interessante è proprio che l’evoluzione rappresentata non resta confinata alle catene che possiedono globi fisici.
Nel diagramma, procedendo lungo l’arco evolutivo, si vedono catene planetarie sempre meno immerse nella materia: dopo le configurazioni che comprendono globi sul piano fisico, compaiono catene i cui globi appartengono esclusivamente a piani più sottili. La Terra è quindi soltanto una fase della grande traiettoria, non il paradigma permanente dell’evoluzione.
Il senso generale diventa:
discesa dello Spirito nella materia
→ catene progressivamente più materiali
→ massimo della materializzazione
→ inversione del movimento
→ catene progressivamente meno materiali
→ catene senza alcun globo fisico
→ livelli sempre più elevati
→ «verso l’ignoto».
Ed è quest’ultima indicazione che è particolarmente significativa. La tavola non chiude il processo con la settima catena come se fosse il termine assoluto dell’evoluzione. La rappresentazione continua idealmente oltre il sistema descritto: ciò che viene mostrato è soltanto la parte dell’evoluzione cosmica che la dottrina è in grado di schematizzare.
Questo modifica anche il modo di intendere le catene 5ª, 6ª e 7ª. Non sono semplicemente altre versioni della nostra attuale condizione terrestre. Nell’arco ascendente, la materia fisica perde progressivamente il ruolo che possiede nella nostra catena. Una catena può dunque avere la propria manifestazione più bassa sull’astrale o sul mentale, senza un globo fisico corrispondente.
In termini concettuali, il diagramma dice qualcosa di molto forte:
l’evoluzione non consiste nell’eterno ritorno alla materia fisica.
La fase fisica appartiene a un determinato segmento dell’immenso ciclo evolutivo. Superato quel segmento, l’evoluzione continua attraverso condizioni nelle quali l’incarnazione fisica non costituisce più il normale supporto della coscienza.
Ed è esattamente il punto che sollevavi prima parlando dei Bodhisattva. Bisogna distinguere due fenomeni:
evoluzione collettiva: intere onde di vita e future catene possono raggiungere condizioni nelle quali il fisico non è più necessario;
evoluzione individuale avanzata: determinate coscienze possono anticipare, per così dire, questa emancipazione dalla necessità del veicolo fisico e operare consapevolmente sui piani superiori.
Perciò il grande schema non è:
Terra → morte → reincarnazione sulla Terra → morte → reincarnazione… all’infinito.
È piuttosto:
Monade → immersione progressiva nella manifestazione → esperienza attraverso i diversi regni e globi → massimo della materialità → risalita → progressivo abbandono delle condizioni fisiche → esistenza su piani sempre più elevati → “verso l’ignoto”.
E quel «verso l’ignoto» è forse uno degli elementi più importanti dell’intero diagramma: anche il sistema di sette catene e quarantanove globi rappresenta uno stadio, non il destino finale della coscienza. La freccia prosegue oltre ciò che il diagramma pretende di descrivere.
Questo rende anche più preciso il parallelo che stavamo facendo con la Gnosi: la Teosofia non presenta semplicemente una liberazione individuale dalle sfere inferiori; presenta una cosmologia evolutiva nella quale persino la necessità di mondi fisici viene progressivamente oltrepassata.