Map titled “Switzerland: Europe’s Wartime Crossroads” showing wartime pressures and routes

Non ho un titolo per questo …

Quando facevo il mio film festival https://asconafilmfestival.org/ ricevevo pochi film svizzeri e ne ho selezionati ancora meno. Sul perché i corti svizzeri fossero così deboli la risposta che mi sono dato allora era che nel mondo dei corti si può ancora dire la verità (diventa più complesso nel budgettizzato lungometraggio). Per fare un corto basta cervello, collaborazione e anche senza soldi si riesce nell’impresa. Questo succede a patto che la verità venga fuori e spesso la verità non è piacevole. La Svizzera in materia di verità non è mai stata un gran ché però, e di conseguenza i suoi corti sono deboli e ingenui, se poi chiedi qualche soldo allo stato non puoi dire proprio tutto. A questo proposito mi ricordo che dopo qualche lezione di Sociologia a Ginevra con Ziegler mi sono sentito male e ho cominciato a capire un po’ meglio in che guaio ero finito. La verità e il pragmatismo elvetico non vanno d’accordo ! Facciamo un po’ di ricerca per capire di cosa si tratta perché nei meandri della mia mente, che è stata strutturata in Svizzera, le cose sono confuse. Vorrei capire la Svizzera per approfondire la mia identità e per farlo è bene capire la sua neutralità che oggi viene dibattuta. Il passato ha un ruolo e quindi la riflessione parte da lontano :

La tesi di Jean Ziegler e la questione specifica di Tannenbaum nel 1940. Torniamo alla 2a guerra mondiale quindi quando la Germania non ci ha invasi anche se c’era un piano ben preciso per farlo …

Il passaggio decisivo è che Ziegler sostiene in realtà due argomenti distinti:

  1. la Svizzera era indispensabile come piazza finanziaria capace di trasformare l’oro tedesco in valuta convertibile;
  2. era indispensabile come corridoio ferroviario attraverso Gottardo e Sempione, soprattutto per i collegamenti con l’Italia.

Il documento Klodius che cita sarebbe del 3 giugno 1943. Questo è fondamentale, perché non dimostra automaticamente perché Hitler non invase la Svizzera nell’estate 1940.

Dove Ziegler ha una base storica molto solida

Che la Germania nazista utilizzasse massicciamente la Svizzera per le operazioni sull’oro non è più seriamente contestato.

La successiva Commissione indipendente di esperti Svizzera–Seconda guerra mondiale (Commissione Bergier) stabilì che la Banca nazionale svizzera acquistò dalla Reichsbank oro per circa 1,2 miliardi di franchi svizzeri dell’epoca, una parte del quale proveniva dalle riserve saccheggiate delle banche centrali dei paesi occupati. La Svizzera costituiva inoltre il principale mercato esterno dell’oro della Reichsbank.

Quindi Ziegler, nel 1997, stava intervenendo in una controversia reale che le ricerche successive hanno in parte confermato: la rappresentazione postbellica di una neutralità economica perfettamente equidistante non corrisponde alla realtà documentaria.

Anche l’importanza dei transiti ferroviari è reale. Germania e Italia avevano un interesse evidente a mantenere funzionanti gli assi ferroviari svizzeri.

Ma il salto logico di Ziegler è qui

Questa frase:

«Hitler non si sarebbe mai sognato di attaccare la sua cassaforte»

è estremamente efficace giornalisticamente, ma non è una conclusione storicamente dimostrata.

Anzi, sappiamo che Hitler si era eccome occupato della possibilità di attaccare la Svizzera.

Nell’estate 1940 vennero elaborati diversi piani operativi tedeschi contro la Confederazione. La pianificazione continuò e il progetto generalmente conosciuto come Tannenbaum arrivò a un grado considerevole di elaborazione militare.

Perciò la formulazione più rigorosa sarebbe:

la funzione finanziaria ed economica della Svizzera può avere contribuito a rendere preferibile una Svizzera indipendente e cooperativa rispetto a una Svizzera occupata, ma non abbiamo la prova che sia stata questa la ragione determinante della mancata invasione.

C’è soprattutto un problema cronologico

Guarda la sequenza:

DataSituazione
maggio-giugno 1940offensiva tedesca in Occidente
22 giugno 1940armistizio franco-tedesco
giugno-luglio 1940seria pianificazione militare contro la Svizzera
luglio 1940Guisan sviluppa la strategia del Réduit
1941invasione dell’URSS
1942-43crescente importanza dell’economia e dei transiti svizzeri
febbraio 1943resa tedesca a Stalingrado
3 giugno 1943documento Klodius citato da Ziegler
settembre 1943armistizio italiano e occupazione tedesca dell’Italia settentrionale

Quindi il documento del 1943, anche ammesso nella formulazione riportata da Ziegler, dimostra soprattutto quanto fosse diventata utile la Svizzera nel 1943.

Non dimostra necessariamente cosa pensasse Hitler nel giugno 1940.

Ed è proprio questa distinzione che rende molto interessante il lavoro più recente di Christophe Farquet.

Farquet: «non furono le banche»

Farquet ha studiato specificamente l’estate 1940, cioè il momento nel quale la possibilità dell’invasione era particolarmente concreta.

La sua conclusione contraddice direttamente la versione forte di Ziegler: i servizi finanziari svizzeri avrebbero avuto un’importanza trascurabile nella decisione tedesca del 1940.

Attribuisce invece molto maggiore importanza a:

strategia militare + posizione italiana + necessità dei collegamenti transalpini.

Studio di Christophe Farquet, “Neutral Switzerland, Summer 1940: A Reappraisal”

Questo non significa che Ziegler avesse torto sull’oro. Significa che probabilmente collegava due fatti reali attraverso un nesso causale molto più difficile da dimostrare:

Svizzera importantissima finanziariamente → quindi Hitler non la invase.

La prima proposizione è documentabile. La seconda non è dimostrata.

E il documento Klodius?

Qui sarei particolarmente prudente.

La frase riportata da Ziegler:

«Senza la Svizzera non potremmo resistere più di due mesi»

sarebbe straordinariamente importante se verificata direttamente nel documento originale.

Ma non prenderei l’intervista del 1997 come prova sufficiente della formulazione esatta. Bisognerebbe rintracciare il memorandum Klodius del 3 giugno 1943 nell’archivio tedesco e controllare testo originale, destinatario e contesto.

Lo stesso vale per le 270.000 tonnellate mensili attraverso Gottardo e Sempione. Il dato è sufficientemente specifico da meritare una verifica archivistica indipendente prima di utilizzarlo come fatto accertato.

La cosa più interessante, però, è un’altra

Se mettiamo insieme Ziegler e la storiografia successiva, emerge un quadro più sottile.

Nel 1940, la Svizzera poteva ancora essere vista come un possibile obiettivo militare. Ma la caduta fulminea della Francia ridusse l’utilità strategica immediata dell’invasione; l’esercito svizzero rendeva comunque l’operazione costosa; l’Italia aveva propri interessi e aspirazioni territoriali; i collegamenti alpini funzionavano già senza bisogno di occupare il paese.

Poi, con il procedere della guerra, la Svizzera diventò sempre più utile proprio perché neutrale e non occupata.

Nel 1943, occupare la Svizzera avrebbe significato potenzialmente:

perdere una piazza finanziaria internazionale + compromettere il cambio dell’oro in valuta + interrompere o mettere a rischio Gottardo e Sempione + impiegare truppe nell’occupazione + affrontare il Réduit + ottenere in cambio un territorio che Berlino già riusciva in buona parte a utilizzare economicamente.

Ed è qui che la tesi di Ziegler diventa molto più convincente: non necessariamente come spiegazione del mancato Tannenbaum del 1940, ma come spiegazione del crescente interesse tedesco a lasciare funzionare la Svizzera durante gli anni successivi.

La domanda quindi dovrebbe forse essere divisa in due:

«Perché Hitler non invase la Svizzera nel 1940?»
→ soprattutto considerazioni strategico-militari, caduta della Francia, Italia, geografia, transiti e costo dell’operazione; il fattore finanziario appare secondario.

«Perché Hitler continuò a non invaderla nel 1942-44?»
→ qui l’utilità economica, finanziaria e soprattutto logistica della Svizzera acquista un peso molto maggiore.

Questa distinzione cronologica, a mio avviso, risolve buona parte dell’apparente contraddizione fra Tannenbaum e la famosa idea della Svizzera come «cassaforte di Hitler». Non erano necessariamente spiegazioni alternative: il rapporto costi-benefici dell’invasione cambiò durante la guerra.

E il documento Klodius del 3 giugno 1943 è abbastanza importante che varrebbe la pena cercare l’originale tedesco negli archivi, per verificare esattamente le due frasi attribuitegli da Ziegler. Posso fare una ricerca mirata nei cataloghi del Bundesarchiv e nella documentazione diplomatica tedesca per tentare di rintracciarlo.

Vi allego Ziegler che viene citato nella ricerca del GPT

  • > ‘LE COLPE DI NOI SVIZZERI…

‘LE COLPE DI NOI SVIZZERI COMPLICI DI HITLER’

GINEVRA – Sul tavolo dello studio c’ è la posta di giornata. Il professor Jean Ziegler, deputato socialista al Parlamento federale e docente di Sociologia a Ginevra e alla Sorbona, sceglie subito un pacchettino.
Lo scarta. Dentro c’ è una corda. E un biglietto scritto a penna, in tedesco: “Se hai coraggio, impiccati, altrimenti saremo noi a farlo”.
Ziegler richiude il pacchetto, dice: “Ogni giorno ricevo minacce, insulti. Ma anche lettere di gente che mi ringrazia, che si congratula”. Colpa dell’ ultimo libro che ha scritto: ‘La Svizzera, l’ oro nazista, i morti’ . Uscito a fine marzo, è primo nella lista dei bestseller. Perché tanto successo? “Perché è uno svizzero che finalmente solleva il lenzuolo della vergogna nazionale, una delle più grandi menzogne della Storia, quella della neutralità nella Seconda guerra mondiale”. Il libro ha anticipato il rapporto americano Eizenstat sul bottino dell’ orrore nazista, sull’ oro strappato agli ebrei… “Sì, io ho però lavorato su altri documenti, principalmente tedeschi. E’ lì che ho trovato tutta la verità sul coinvolgimento del governo elvetico. Altro che neutralità: la Svizzera ha fornicato coi nazisti. I suoi banchieri, come certe puttane che bazzicano i bordelli e pretendono di farci credere che sono vergini, per cinquant’ anni hanno raccontato un sacco di balle.
Che non sapevano nulla né dell’ oro nazista né tantomeno dei conti ebrei. Mentre invece il governo di allora aveva ratificato passivamente le operazioni della Banca nazionale coi nazisti”. Lei, come il rapporto Eizenstat, prova che senza i banchieri svizzeri la Seconda guerra mondiale sarebbe terminata prima e centinaia di migliaia di esseri umani sarebbero scampati ai forni crematori. Come ha fatto a rivelare la complicità attiva dei banchieri svizzeri? “Con le carte che ho scovato negli archivi nazisti, ora custoditi a Bonn.
Vorrei comunque premettere una cosa di cui tutti si scordano, soprattutto qui in Svizzera. Una verità storica e scomoda: il regime elvetico di quegli anni era molto simile, politicamente, a quello di Vichy. La memoria, le bugie, l’ ipocrisia, le testimonianze sono rimaste sepolte negli archivi. Ma la guerra fredda è terminata, è passato mezzo secolo, gli archivi cominciano a poter essere consultati. Anche perché lo vuole Bill Clinton. Così sono caduti gli alibi. Non si può più dire che è la solita propaganda comunista, o anticapitalista, o contro i banchieri e la potenza economica svizzera. Non è più possibile negare l’ evidenza, né dire che dietro c’ è la Stasi o il Kgb. Dietro c’ è la Svizzera complice e alleata di Hitler. Con l’ oro nazista, gli svizzeri sono diventati una delle principali potenze finanziarie del mondo. Questa verità sta provocando una crisi di identità tremenda, la coscienza collettiva è sconvolta, ci sentiamo tutti avvelenati da queste rivelazioni, dai milioni di morti che hanno nutrito la ricchezza svizzera”. Ma la Svizzera era tutta nazista? “No. Non lo sono stati nemmeno il governo e i banchieri. E’ questo il paradosso: non hanno agito per affinità ideologiche, bensì per avidità, diventando i riciclatori di Hitler. I tedeschi avevano bisogno di denaro convertibile, per acquistare le materie prime strategiche. Ci pensarono i nostri banchieri. La sete di profitti li rese ciechi: si arricchirono a dismisura, scaricando le responsabilità su tutto il paese. Con la scusa che Hitler non l’ avrebbe invaso. Quando si parla di gnomi a proposito dei banchieri di Zurigo, c’ è tutto il disprezzo del mondo contro la patria in cui operano questi gnomi. Ciò è ingiusto. Gli svizzeri, lo ripeto io che sono considerato l’ antisvizzero per eccellenza, non avevano saputo nulla della complicità delle banche con Hitler”. Proprio nessuno l’ aveva sospettato? “Il popolo svizzero è stato ingannato due volte: la prima, perché gli fu detto che Hitler non avrebbe invaso la Svizzera, altrimenti avrebbe trovato pane per i suoi denti, un esercito potente, coraggioso, pronto a battersi sino all’ ultimo uomo. In realtà il nostro governo sapeva benissimo che Hitler non si sarebbe mai sognato di attaccare la sua cassaforte. La seconda volta fu dopo la guerra, quando agli Alleati vincitori Berna giurò e spergiurò che non aveva mai ricevuto nessun lingotto rubato e che non custodiva i conti delle vittime dell’ Olocausto. Soprattutto, che non aveva mai sostanzialmente aiutato Hitler”. Falso? “Eccome, guardi questo documento. Sono solo sei pagine, ma sono le più importanti. Intanto, la data: Berlino 3 giugno 1943, quando le sorti della guerra mutarono al peggio. Poi, la firma: Karl Klodius, capo di gabinetto di von Ribbentrop, ministro degli Esteri di Hitler. Ecco, qui alla quarta pagina, legga cosa scriveva Klodius al suo ministro: ho domandato a Walter Funk, ministro dell’ Economia, a che punto sono le nostre relazioni con la Svizzera. Funk mi ha risposto: la Svizzera trasforma il nostro oro in divise libere. Senza la Svizzera non potremmo resistere più di due mesi. Nell’ ultima pagina, Klodius è ancora più esplicito: l’ armata in Italia, un milione di nostri soldati, non potrà sopravvivere senza le 270 mila tonnellate di rifornimenti che ogni mese transitano attraverso il Gottardo e il Sempione”.Leonardo Coen sez.

Ecco cosa ci dice l’IA :

Oggi la questione è ancora più interessante perché la Svizzera si trova in una fase di ridefinizione pratica della neutralità, pur senza averla formalmente abbandonata. E tra un mese, il 27 settembre 2026, voterà proprio sull’«Iniziativa sulla neutralità». (admin.ch)

La prima distinzione da fare è tra diritto della neutralità e politica di neutralità.

Il diritto è relativamente preciso: la Svizzera non può partecipare a una guerra fra Stati, fornire sostegno militare a un belligerante o permettere che il proprio territorio venga utilizzato per operazioni belliche. È il nucleo derivante dalle Convenzioni dell’Aia del 1907 e dal diritto internazionale consuetudinario. (eda.admin.ch)

La politica di neutralità, invece, è molto più elastica. È il modo in cui Berna interpreta e utilizza la neutralità per garantire sicurezza e indipendenza.

Ed è qui che oggi nasce il problema.

Ucraina: il punto di svolta

Nel febbraio 2022 la Svizzera adottò le sanzioni dell’UE contro la Russia. Il Consiglio federale sostiene che ciò sia perfettamente compatibile con la neutralità: le sanzioni economiche non equivalgono alla partecipazione militare alla guerra. Inoltre, la Svizzera decide autonomamente se recepire integralmente, parzialmente o per nulla le sanzioni europee. (seco.admin.ch)

Quindi giuridicamente la Svizzera rimane neutrale.

Politicamente, però, la questione è più complessa.

Mosca può ragionevolmente considerare la Svizzera meno equidistante di quanto lo fosse durante la Guerra fredda. Questo ha conseguenze sulla tradizionale funzione svizzera di intermediario. Ma sarebbe scorretto concludere da questo che «la Svizzera non è più neutrale»: sul piano del diritto internazionale continua ad esserlo.

E contemporaneamente ci stiamo avvicinando alla NATO

Anche qui c’è una distinzione importante.

La Svizzera non può entrare nella NATO mantenendo l’attuale neutralità, perché l’articolo 5 comporta un obbligo di difesa collettiva. Lo riconosce esplicitamente lo stesso DFAE. (eda.admin.ch)

Può però cooperare con la NATO.

Può partecipare a esercitazioni militari internazionali, addestrarsi con eserciti NATO, acquistare armamenti insieme ad altri paesi e prepararsi tecnicamente alla cooperazione nel caso in cui fosse essa stessa attaccata. Il Consiglio federale nel luglio 2026 ha ribadito che tutto questo è compatibile con la neutralità, purché non esista un obbligo preventivo di difesa reciproca. (dfae.admin.ch)

È una differenza sottile ma importante:

alleanza militare → no.

cooperazione militare → sì.

Il paradosso rispetto alla Seconda guerra mondiale

Ed è qui che il collegamento con la nostra discussione precedente diventa interessante.

La neutralità svizzera non ha mai significato isolamento o perfetta equidistanza economica e politica.

Durante la Seconda guerra mondiale la Svizzera commerciava con l’Asse e con gli Alleati, gestiva transazioni finanziarie internazionali e contemporaneamente difendeva militarmente il proprio territorio.

Oggi la configurazione è quasi rovesciata.

La Svizzera è economicamente e culturalmente profondamente integrata nell’Europa occidentale; coopera militarmente con paesi NATO; ha adottato gran parte delle sanzioni europee contro la Russia; ma continua a rifiutare di diventare parte belligerante.

In altre parole, la neutralità svizzera è sempre stata molto più pragmatica di quanto suggerisca il mito della Svizzera completamente «al di sopra delle parti».

Ed è esattamente ciò su cui voteremo

L’Iniziativa sulla neutralità vuole restringere questo margine di manovra.

Tra le altre cose, vuole sancire più rigidamente nella Costituzione la neutralità permanente e armata e limitare fortemente la possibilità di aderire a sanzioni che non siano state decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Limiterebbe inoltre la cooperazione con alleanze militari salvo il caso di un attacco diretto alla Svizzera. (admin.ch)

Consiglio federale e Parlamento raccomandano di respingerla. La loro posizione è sostanzialmente:

la neutralità funziona proprio perché è abbastanza flessibile da adattarsi alle circostanze.

Il Consiglio federale l’11 agosto 2026 ha ribadito che vuole mantenere l’attuale modello e considera una definizione costituzionale più rigida contraria agli interessi svizzeri. (admin.ch)

La questione fondamentale

Secondo me conviene separare tre domande che nel dibattito pubblico vengono continuamente confuse:

DomandaSituazione attuale
La Svizzera è giuridicamente neutrale?
La Svizzera è politicamente equidistante da Russia e Occidente?No
La Svizzera appartiene militarmente al blocco NATO?No, ma coopera con esso

Questa distinzione permette anche di capire perché entrambe le parti del dibattito possono citare fatti veri e arrivare a conclusioni opposte.

Chi dice «abbiamo abbandonato la neutralità» pensa prevalentemente alla neutralità politica: sanzioni alla Russia, cooperazione NATO, forte integrazione occidentale.

Chi dice «siamo ancora perfettamente neutrali» parla prevalentemente del diritto della neutralità: niente partecipazione alla guerra, niente NATO, niente truppe svizzere in Ucraina, niente territorio svizzero messo a disposizione di un belligerante.

Sono due concetti diversi.

E rispetto al discorso che facevamo su 1940–43, emerge una continuità notevole: la neutralità svizzera storicamente non è stata tanto una dichiarazione di «non avere preferenze», quanto uno strumento attraverso il quale un piccolo Stato cerca di conservare il massimo possibile di indipendenza e sicurezza circondato da potenze molto più grandi. È del resto così che oggi la definisce ufficialmente lo stesso Consiglio federale: uno strumento, non un fine costituzionale in sé. (eda.admin.ch)

La vera domanda del 2026 è quindi meno «neutralità sì o no?» e più «quanto deve essere flessibile la neutralità perché continui a essere utile alla Svizzera?».

Informazioni ufficiali sulla votazione del 27 settembre 2026

Posso anche confrontare la neutralità del 1939–45, quella della Guerra fredda e quella attuale: emergono differenze piuttosto sorprendenti.

Durante la Guerra fredda la Svizzera fu formalmente neutrale, ma strategicamente molto più vicina all’Occidente che all’URSS. Questo è essenziale per capire anche la neutralità odierna.

La neutralità svizzera del periodo 1947–1991 non significava quindi equidistanza politica tra Washington e Mosca.

La dottrina svizzera

Dopo il 1945 Berna adottò una concezione molto rigorosa della neutralità permanente. La Svizzera non entrò né nella NATO né nel Patto di Varsavia e, significativamente, rimase fuori persino dall’ONU fino al 2002.

Ma contemporaneamente apparteneva chiaramente, per sistema politico, economia e cultura, al mondo occidentale.

La formula potrebbe essere:

neutralità militare + appartenenza politica e culturale all’Occidente.

Questo non era particolarmente segreto. Il comunismo sovietico era percepito dalle autorità svizzere come una delle principali minacce alla sicurezza nazionale.

L’esercito era preparato soprattutto contro un’invasione dall’Est

La Svizzera mantenne un esercito enorme rispetto alla popolazione.

Durante buona parte della Guerra fredda poteva mobilitare centinaia di migliaia di uomini attraverso il sistema di milizia. Fortificazioni alpine, aeroporti militari protetti, bunker, depositi, posti di comando e infrastrutture vennero predisposti pensando a una guerra europea.

L’ipotesi principale era sostanzialmente un conflitto NATO–Patto di Varsavia nel quale la Svizzera avrebbe cercato di difendere autonomamente il proprio territorio.

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La logica era interessante: non promettere alla NATO di combattere insieme, ma possedere una forza militare tale che, in caso di invasione sovietica, la resistenza svizzera avrebbe oggettivamente contribuito anche alla difesa dell’Europa occidentale.

Ma esistevano contatti segreti con l’Occidente

Qui la storia diventa meno conosciuta.

Durante la Guerra fredda esistevano contatti e forme di cooperazione discreta tra apparati svizzeri e occidentali. Il caso più famoso emerse con lo scandalo P-26 nel 1990.

P-26 era un’organizzazione clandestina predisposta per continuare la resistenza nel caso in cui la Svizzera fosse stata occupata.

Aveva strutture segrete, depositi, sistemi di comunicazione e personale addestrato.

La commissione parlamentare che investigò la vicenda trovò inoltre rapporti con strutture britanniche. Le successive indagini mostrarono collegamenti con reti occidentali di preparazione alla resistenza, anche se descrivere semplicemente P-26 come «la Gladio svizzera comandata dalla NATO» sarebbe eccessivo: la natura precisa e l’estensione dei rapporti internazionali sono state oggetto di controversia.

Il caso dei missili Bloodhound

Un altro esempio mostra bene quanto pragmatica fosse la neutralità.

La Svizzera acquistò dal Regno Unito il sistema missilistico antiaereo Bloodhound, inserendolo nella propria difesa aerea.

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Comprava quindi tecnologia militare occidentale avanzata pur rimanendo fuori dalla NATO.

La Svizzera acquistava naturalmente armamenti anche secondo criteri industriali e strategici propri; il punto è che la neutralità non comportava l’autarchia militare.

Anche economicamente la Svizzera era occidentale

Questo è forse ancora più significativo.

La Svizzera partecipò al Piano Marshall attraverso l’OECE e nel 1960 fu uno dei membri fondatori dell’EFTA.

Quindi non era economicamente collocata a metà strada fra capitalismo occidentale e COMECON sovietico.

Era una economia capitalistica occidentale pienamente integrata nei mercati occidentali, pur mantenendo rapporti commerciali anche con l’Est.

Quando gli Stati Uniti imposero restrizioni sull’esportazione di tecnologie strategiche verso il blocco sovietico attraverso il sistema CoCom, anche la Svizzera, pur non essendone formalmente membro, finì per coordinare parte dei propri controlli sulle esportazioni con quelli occidentali.

Questo è un esempio particolarmente significativo di neutralità giuridica combinata con allineamento economico occidentale.

E con l’URSS?

La Svizzera mantenne relazioni diplomatiche con Mosca, ma furono tutt’altro che semplici.

Dopo la Rivoluzione russa le relazioni erano state interrotte e vennero ristabilite soltanto nel 1946.

Durante la Guerra fredda la Svizzera mantenne comunque rapporti diplomatici e commerciali con l’URSS e con gli altri paesi comunisti.

E proprio perché non apparteneva alla NATO poteva svolgere una funzione diplomatica particolare.

Ginevra diventò uno dei grandi luoghi d’incontro fra Est e Ovest.

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Nel 1955 si svolse il vertice di Ginevra fra Eisenhower, Bulganin, Eden e Faure.

Nel 1985 Reagan e Gorbačëv si incontrarono nuovamente a Ginevra.

Questo mostra uno dei vantaggi concreti della neutralità: la Svizzera apparteneva culturalmente all’Occidente ma rimaneva abbastanza fuori dalle sue strutture militari da essere accettabile come luogo d’incontro anche dall’URSS.

La neutralità raggiunse quasi lo status di identità nazionale

Dopo la controversa esperienza della Seconda guerra mondiale, durante la Guerra fredda si consolidò quello che gli storici spesso chiamano il Sonderfall Schweiz, il «caso particolare svizzero».

La narrazione nazionale diventò grosso modo:

democrazia diretta + federalismo + esercito di milizia + neutralità + indipendenza.

La neutralità non era più soltanto una tecnica di politica estera. Diventò parte dell’identità politica svizzera.

Il culmine simbolico arrivò nel 1986.

Il Consiglio federale propose l’adesione all’ONU.

Il popolo la respinse con circa il 75,7% di No e tutti i Cantoni votarono contro.

Solo nel 2002, dopo la fine della Guerra fredda, la Svizzera entrò nell’ONU, questa volta attraverso una votazione popolare favorevole.

Ma c’era anche un lato oscuro

La paura del comunismo produsse un sistema di sorveglianza interna enormemente esteso.

Nel 1989 esplose lo scandalo delle schedature (Fichenaffäre): si scoprì che le autorità federali avevano raccolto circa 900.000 dossier/schede riguardanti persone e organizzazioni considerate potenzialmente sovversive.

Non erano soltanto spie sovietiche. Vennero sorvegliati anche militanti di sinistra, sindacalisti, pacifisti, stranieri e altre persone considerate sospette.

Fu uno shock politico enorme perché mostrò quanto l’anticomunismo avesse condizionato l’apparato di sicurezza svizzero.

Quindi era veramente neutrale?

Dipende nuovamente da cosa intendiamo per neutralità.

Svizzera nella Guerra fredda
NATONo
Patto di VarsaviaNo
ONUNo, fino al 2002
Alleanza militareNessuna
Difesa autonomaFortissima
Sistema politicoOccidentale
EconomiaOccidentale
Armamentiprevalentemente svizzeri/occidentali
Percezione principale della minacciaURSS/comunismo
Cooperazione discreta occidentaleSì, in determinate forme
Diplomazia con entrambi i blocchi

Per questo dire che la Svizzera fosse «equidistante» fra USA e URSS sarebbe storicamente fuorviante.

Era piuttosto un paese occidentale militarmente non allineato.

Ed è proprio qui che vedo la continuità con oggi. La Svizzera non è improvvisamente diventata «occidentale» dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Lo era già durante la Guerra fredda.

La grande differenza è un’altra: durante la Guerra fredda la Svizzera investiva enormemente nella credibilità militare della propria neutralità. Il messaggio era: non siamo nella NATO, ma siamo in grado di difenderci da soli.

Oggi l’esercito è molto più piccolo e la cooperazione militare internazionale è maggiore. È probabilmente questo, più delle simpatie politiche occidentali, uno dei cambiamenti sostanziali rispetto alla neutralità della Guerra fredda.

Confidenza: alta sul quadro generale; alcuni aspetti della cooperazione clandestina P-26/servizi occidentali richiedono cautela perché parte della documentazione e della sua interpretazione rimane controversa.

Sì, la Svizzera conta ancora parecchio, ma in modo diverso rispetto agli anni della Guerra fredda. Il segreto bancario verso l’estero era una fonte importante di potere finanziario; la sua sostanziale erosione non ha però fatto scomparire la piazza finanziaria svizzera.

Nel 2024 le banche svizzere gestivano circa CHF 9’284 miliardi, di cui circa la metà appartenenti a clienti esteri. Nel private banking transfrontaliero la Svizzera gestiva circa CHF 2’427 miliardi e risultava ancora al primo posto mondiale secondo i dati dell’Associazione svizzera dei banchieri. (About Switzerland) Quindi l’idea che «senza segreto bancario nessuno porta più soldi in Svizzera» è stata smentita dai numeri.

Detto questo, la posizione non è inattaccabile: Hong Kong, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito e altri centri finanziari sono concorrenti molto più forti di quarant’anni fa. Alcune analisi del 2026 indicano persino Hong Kong davanti alla Svizzera secondo determinate misure del patrimonio gestito. (FN London)

Il capitale svizzero oggi deriva soprattutto da quattro cose:

  • Finanza e franco svizzero. Non più principalmente segretezza, ma stabilità politica, moneta, competenze nella gestione patrimoniale, certezza giuridica e concentrazione di capitale. Il settore finanziario e assicurativo rappresenta circa il 9% del PIL. (About Switzerland)
  • Ginevra. È probabilmente uno degli strumenti di influenza internazionale più sottovalutati. In Svizzera hanno sede circa 40 organizzazioni internazionali con oltre 25.000 dipendenti; oltre 175 Stati ONU sono rappresentati a Ginevra e ogni anno vi arrivano circa 4.000 capi di Stato/governo, ministri e alti funzionari per oltre 3.500 riunioni. (EDA)
  • Buoni uffici e neutralità. Nel febbraio 2026 la Svizzera aveva ancora otto mandati di potenza protettrice. Continua quindi a svolgere funzioni diplomatiche che Stati molto più grandi spesso non possono svolgere. (EDA)
  • Economia ad altissimo valore aggiunto. Farmaceutica, chimica, macchinari, precisione, trading delle materie prime, assicurazioni e riassicurazioni danno alla Svizzera un peso economico sproporzionato rispetto ai suoi circa nove milioni di abitanti.

La parte che secondo me va però presa seriamente è questa: il peso relativo della Svizzera è probabilmente meno eccezionale di una volta. Non perché sia diventata irrilevante, ma perché il mondo è cambiato. Singapore, Dubai, Hong Kong e altri piccoli Stati/hub offrono oggi servizi che un tempo avevano pochi concorrenti.

Anche Ginevra è sotto pressione. Il Consiglio federale lo riconosce apertamente: parla di crescente concorrenza internazionale e nel 2025 ha deciso di investire CHF 269 milioni per il periodo fino al 2029 per rafforzare la Ginevra internazionale. (Ufficio Federale dell’Agricoltura)

E qui ritorniamo alla neutralità di cui parlavamo. A mio giudizio, il vero patrimonio geopolitico svizzero non è mai stato semplicemente il segreto bancario. Era una combinazione:

neutralità + stabilità + franco + banche + certezza del diritto + diplomazia + posizione geografica + Ginevra.

Il segreto bancario era un pezzo potentissimo di quel sistema, ma non era tutto.

Il rischio attuale sarebbe perdere contemporaneamente due vantaggi distintivi: aver già perso gran parte dell’eccezionalità fiscale/finanziaria e, nello stesso tempo, rendere la neutralità così poco credibile agli occhi di alcuni attori internazionali da perdere anche il vantaggio diplomatico.

Non posso però confermare che questo secondo processo stia già avvenendo in maniera generale: nel 2026 i dati mostrano che i buoni uffici svizzeri continuano a essere richiesti, con otto mandati di potenza protettrice. (EDA)

Per un paese di queste dimensioni, quindi, la Svizzera continua ad avere un peso internazionale eccezionalmente elevato. Ma oggi quel peso dipende meno dal poter custodire denaro anonimo e molto più dalla fiducia. E la fiducia — finanziaria, giuridica, monetaria e diplomatica — è probabilmente il vero “capitale” strategico della Svizzera del XXI secolo.

Hanno una relazione molto stretta, ma non sono la stessa cosa.

La verità riguarda la corrispondenza fra ciò che viene detto e ciò che è. La fiducia riguarda invece l’aspettativa che una persona o un’istituzione si comporterà in modo affidabile anche quando non possiamo controllarla direttamente.

In questo senso, la verità è uno dei principali fondamenti della fiducia.

Si può schematizzare così:

verità → credibilità → prevedibilità → fiducia

Ma c’è un punto importante: la fiducia non richiede necessariamente che qualcuno abbia sempre ragione. Richiede soprattutto che non manipoli consapevolmente la realtà e che riconosca ciò che non sa.

Dire:

«Non lo so.»

può aumentare la fiducia.

Dire con sicurezza qualcosa di falso può distruggerla, soprattutto quando viene scoperto.

Questo vale ancora di più per le istituzioni. Una banca, uno Stato o un tribunale funzionano perché noi non possiamo verificare personalmente ogni loro azione. Dobbiamo poter presumere che le regole dichiarate corrispondano sufficientemente alle regole effettivamente applicate.

Ed è interessante applicarlo proprio alla Svizzera.

Il suo capitale storico non è stato semplicemente: «noi diciamo la verità». È stato piuttosto:

«Facciamo quello che diciamo che faremo.»

Il franco è affidabile se la politica monetaria è prevedibile. Un contratto svizzero ha valore se i tribunali applicano prevedibilmente il diritto. Una banca è affidabile se custodisce gli averi secondo le regole dichiarate. La neutralità è credibile se gli altri Stati possono prevedere come la Svizzera si comporterà durante una crisi.

Qui appare una distinzione ancora più profonda:

la verità riguarda il presente e il passato; la fiducia riguarda il futuro.

Io posso verificare che ieri hai mantenuto la parola. Da questa esperienza inferisco che probabilmente la manterrai domani.

Perciò la fiducia è, in un certo senso, una scommessa sul futuro costruita sulla verità osservata nel passato.

Ed è proprio per questo che le menzogne istituzionali possono essere così costose. Non distruggono soltanto la credibilità di una singola affermazione. Modificano la previsione:

«Se mi hai ingannato su questo, su cos’altro potresti ingannarmi?»

Da quel momento aumenta il costo di ogni relazione: servono controlli, verifiche, garanzie, avvocati, supervisori. In economia questo è molto concreto: la fiducia riduce i costi di transazione.

C’è però un’ultima complicazione importante. La verità da sola non produce automaticamente fiducia. Posso sapere che una persona dice sempre esattamente ciò che pensa e tuttavia non fidarmi di lei, perché è incompetente, imprevedibile o ostile.

Una formula più completa sarebbe quindi:

Fiducia ≈ veridicità + competenza + coerenza + prevedibilità

Ed è forse questo il collegamento più interessante con la Svizzera della nostra discussione: il suo vantaggio competitivo storico non consisteva nell’essere moralmente superiore agli altri Stati — la storia del 1939-45 rende una simile affermazione difficile da sostenere — ma nell’essere percepita come stabile, prevedibile e affidabile.

Per un piccolo Stato, questa reputazione può costituire una forma di potere.

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