Monte Verità, oltre la leggenda: ideali, terreni e contraddizioni di una comunità

Il ruolo di Alfredo Pioda, il terreno di Paolo Pellanda e le testimonianze sulle abitudini dei monteveritani invitano a rileggere la storia della collina, distinguendo i programmi dichiarati dalla vita quotidiana.

La storia del Monte Verità merita di essere raccontata con la stessa curiosità con cui i suoi protagonisti cercavano una vita diversa. Il progetto vegetariano e naturista è documentato; altrettanto necessario è interrogare le testimonianze che ne complicano l’immagine. Fra aspirazioni, rapporti economici e sguardi degli abitanti di Ascona emerge una vicenda meno uniforme, e proprio per questo più interessante.

Nell’autunno del 1900, sulla collina di Monescia, un gruppo riunito attorno a Henri Oedenkoven, Ida Hofmann e ai fratelli Karl e Gusto Gräser avviò un esperimento di riforma della vita. Il nome Monte Verità esprimeva un’ambizione: cercare attraverso l’esperienza quotidiana un’esistenza più vicina alla natura. Alimentazione vegetale, medicina naturale, spirito cooperativo e parità fra i sessi facevano parte del programma. La colonia si trasformò presto in un sanatorio naturista, dove gli ospiti praticavano bagni di sole e cure d’aria e seguivano un’alimentazione prevalentemente crudista. (hls-dhs-dss.ch)

La collina, però, aveva già suscitato altri progetti. Nel 1889 Alfredo Pioda, politico e teosofo locarnese, aveva concepito insieme a Franz Hartmann e alla contessa Constance Wachtmeister una comunità teosofica chiamata Fraternitas. Questo antecedente appartiene alla storia intellettuale del luogo, ma va distinto dalla fondazione della colonia del 1900 e dalla ricostruzione delle singole compravendite. (mediaguide.monteverita.org)

È proprio sui terreni che la cronaca locale qui presa in esame introduce una precisazione significativa. Nel passaggio contrassegnato dal numero 1505, l’autore riporta una formula attribuita ai documenti indicati con la sigla APZ: «Proprietà acquistata da PAOLO PELLANDA e dal dr. ALFREDO PIODA». Ne deduce che da Pellanda provenisse il primo terreno e da Pioda soltanto uno scorporo. A sostegno richiama inoltre uno schizzo relativo a una richiesta di terreno del 13 gennaio 1901, nel quale Pioda figurerebbe ancora come confinante.

Questa ricostruzione restituisce a Paolo Pellanda un ruolo che merita attenzione. Non autorizza, tuttavia, a sostenere che Pioda non vendette nulla: la stessa formula citata comprende entrambi i nomi. Né il fatto che Pioda rimanesse confinante permette, da solo, di stabilire l’estensione dei terreni ceduti. Il punto da approfondire riguarda dunque la provenienza, la successione e le dimensioni degli acquisti. Per risolverlo occorrono i rogiti e i documenti catastali; la cronaca offre una pista precisa, non ancora una verifica conclusiva.

Anche il vegetarianismo richiede una lettura capace di distinguere livelli diversi. Le ricostruzioni istituzionali lo indicano come elemento centrale dell’esperimento: la rinuncia agli alimenti animali si accompagnava al lavoro nei campi, agli abiti che liberavano il corpo dalle costrizioni e alle abitazioni essenziali, aperte alla luce e all’aria. Era un programma di trasformazione dell’esistenza, che investiva insieme alimentazione, salute e comportamento. (monteverita.org)

La cronaca locale propone però un’immagine assai meno edificante. Afferma che nei ritrovi del borgo i monteveritani consumassero bistecche abbondanti e risalissero la collina dopo aver bevuto vino. È un’accusa esplicita di incoerenza, espressa con evidente sarcasmo. Il passo non identifica però i singoli commensali, non precisa le occasioni e non distingue fra fondatori, residenti e ospiti.

Sarebbe quindi scorretto trasformarlo nella prova che il vegetarianismo del Monte Verità fosse una finzione collettiva. La testimonianza documenta anzitutto uno sguardo locale critico; quanto alle condotte descritte, richiede riscontri. La distinzione è essenziale: l’esistenza di una regola non dimostra che tutti la rispettassero, mentre il racconto di trasgressioni non cancella l’esistenza della regola.

Del resto, le divergenze attraversavano il progetto fin dalle origini. La ricostruzione pubblicata nella rivista du nel 1978 insiste sulle tensioni fra aspirazioni individuali e vita comune: Oedenkoven voleva impiegare il capitale per costruire un’alternativa alla società esistente, mentre Gräser immaginava una forma comunitaria più radicale. Il passaggio dalla colonia al sanatorio e all’attività alberghiera fu parte di questa difficile ricerca di equilibrio. (elisarion.ch)

Nella pagina esaminata, il confronto con Ascona assume anche forme molto concrete. Le annotazioni del 1903 riguardano recinzioni, strade, autorizzazioni e pali per portare l’elettricità alla proprietà di Oedenkoven. Il ritorno alla natura conviveva dunque con l’interesse per la luce elettrica, utile a prolungare letture e concerti. È un dettaglio rivelatore: la vita quotidiana della colonia comprendeva trattative, infrastrutture e controversie amministrative.

Negli anni successivi il Monte Verità acquistò un rilievo decisivo anche nella danza. Dal 1913 Rudolf von Laban vi sviluppò la propria scuola di movimento, frequentata fra le altre da Mary Wigman e Suzanne Perrottet. Nel 1920 Hofmann e Oedenkoven lasciarono la collina, dirigendosi prima in Spagna e poi in Brasile. (hls-dhs-dss.ch)

Dopo una fase gestita da artisti, alla metà degli anni Venti subentrò il collezionista Eduard von der Heydt. L’albergo progettato da Emil Fahrenkamp diede forma a una nuova stagione. Nel 1964 la proprietà passò al Cantone Ticino; nel 1978 la mostra di Harald Szeemann contribuì alla riscoperta internazionale della sua storia. Dal 1989, con la Fondazione Monte Verità e la collaborazione con il Politecnico federale di Zurigo, si aprì la fase del centro seminariale e culturale. (mediaguide.monteverita.org)

Rileggere questa vicenda significa lasciare spazio anche alle voci scomode, senza attribuire loro più di quanto possano dimostrare. Pellanda deve rientrare nell’indagine sugli acquisti; il ruolo fondiario di Pioda va precisato; il racconto delle bistecche deve essere citato come testimonianza da verificare. La forza storica del Monte Verità sta anche nella possibilità di osservare, così da vicino, ciò che accade quando un ideale incontra le persone, gli interessi e le necessità della vita.

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