Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron
L’uomo che portò in Europa l’Avesta e le Upaniṣad
Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron nacque a Parigi nel 1731. Per distinguersi dai fratelli aggiunse al proprio nome quello di Duperron.
Inizialmente si dedicò agli studi teologici, compiuti a Parigi e a Utrecht, con l’intenzione di diventare sacerdote, seguendo in questo l’esempio del fratello maggiore Louis-Pierre Anquetil. Durante gli studi, tuttavia, sviluppò un interesse sempre più profondo per il latino, il greco e soprattutto l’ebraico. Questa passione lo portò progressivamente ad abbandonare la formazione ecclesiastica per dedicarsi interamente alla filologia e allo studio delle lingue antiche.
Si recò quindi nei Paesi Bassi per approfondire lo studio delle lingue orientali, in particolare dell’arabo, entrando anche in contatto con ambienti giansenisti. Tornato a Parigi, cominciò a frequentare assiduamente la Bibliothèque du Roi, dove attirò l’attenzione dell’abbé Claude Sallier, conservatore dei manoscritti, che gli procurò un modesto impiego come assistente.
La scoperta che cambiò la sua vita
Nel 1754 avvenne l’episodio destinato a cambiare completamente la sua esistenza.
Un professore di arabo del Collège Royal gli mostrò il facsimile di quattro fogli di un manoscritto del Vendidad Sade, parte della tradizione scritturale zoroastriana, il cui originale era conservato alla Bodleian Library di Oxford (sì, quella di Harry Potter …).
Il manoscritto era scritto in una grafia che gli studiosi europei non erano ancora in grado di comprendere. Era diventato una sorta di curiosità della biblioteca, mostrata a chiunque potesse forse identificarne la misteriosa scrittura.
A Oxford si trovava inoltre la collezione di manoscritti orientali appartenuta a James Fraser, che aveva vissuto per oltre sedici anni a Surat come funzionario della Compagnia britannica delle Indie orientali. Fraser aveva raccolto circa duecento manoscritti sanscriti e zoroastriani, che intendeva tradurre, ma era morto prematuramente il 21 gennaio 1754.
Anquetil-Duperron avrebbe in seguito criticato duramente gli inglesi, accusando Fraser di non essere riuscito a portare a termine il proprio progetto e la Bodleian Library di non essersi resa conto che fra i manoscritti di Thomas Hyde in suo possesso si trovavano anche strumenti che avrebbero potuto aiutare a decifrare la scrittura avestica. La sua narrazione risentiva evidentemente anche della forte rivalità franco-britannica dell’epoca.
La vista di quelle poche pagine provocò in lui qualcosa di molto più grande di una semplice curiosità filologica.
Decise che sarebbe andato personalmente in Oriente per trovare i testi, impararne le lingue e portarli in Francia.
Nel suo successivo resoconto di viaggio affermò di aver deciso in quel momento di arricchire la propria patria con quell’opera straordinaria e con la sua traduzione.
Verso l’India
Il problema era che Anquetil-Duperron non aveva denaro.
Riuscì a ottenere una missione governativa, ma non disponeva dei mezzi necessari per pagarsi il viaggio. Prese allora una decisione estrema: il 7 novembre 1754 si arruolò come semplice soldato della Compagnia francese delle Indie orientali.
Marciò con un contingente di reclute fino al porto atlantico di Lorient, da dove stava per partire una spedizione diretta in India.
I suoi amici intervennero però presso le autorità francesi e riuscirono a ottenere il suo congedo.
Il 7 febbraio 1755, il ministro competente, colpito da quello che venne considerato il suo romantico zelo per la conoscenza, gli concesse il passaggio gratuito verso l’India, un posto alla tavola del capitano, un’indennità di 500 livres e una lettera di presentazione per il governatore francese in India, che gli avrebbe permesso di ricevere un piccolo stipendio durante il soggiorno.
Anquetil-Duperron lasciò la Francia il 24 febbraio 1755.
Dopo circa sei mesi di navigazione raggiunse Pondichéry il 10 agosto 1755.
Il progetto: comprendere le religioni dell’Asia
Dalla sua corrispondenza privata emerge che il progetto di Anquetil-Duperron era inizialmente ancora più ambizioso della semplice traduzione dei testi zoroastriani.
Voleva arrivare a comprendere le istituzioni religiose dell’Asia, che nell’Europa del XVIII secolo venivano spesso immaginate come derivazioni di un’antichissima sapienza indiana.
Per raggiungere questo obiettivo riteneva necessario imparare il sanscrito.
Cominciò però dal persiano, poiché gli studiosi europei dell’epoca avevano idee ancora molto confuse sui rapporti genealogici fra le lingue orientali. Il suo progetto successivo era raggiungere Benares, dove sperava di trovare dei brahmani disposti a insegnargli il sanscrito.
La determinazione era impressionante.
Dopo circa sei mesi in India viveva praticamente di riso e verdure, cercando di risparmiare tutto il denaro possibile per potersi mettere alla ricerca di un brahmano che lo accettasse come discepolo e gli permettesse di accedere ai testi sacri indiani.
Chandernagore e la malattia
Decise quindi di raggiungere la colonia francese di Chandernagore, nel Bengala, dove arrivò nell’aprile del 1756.
Poco dopo si ammalò gravemente.
Finì nell’ospedale collegato alla missione gesuita e vi rimase fino al settembre o ottobre 1756. Durante la lunga malattia arrivò persino a domandarsi se non dovesse riprendere il progetto giovanile di diventare sacerdote.
Nel frattempo era scoppiata la Guerra dei Sette Anni e il conflitto fra Francia e Gran Bretagna si estese immediatamente all’India.
Le forze britanniche della Compagnia delle Indie orientali, insieme alla Royal Navy, attaccarono Chandernagore, che cadde il 23 marzo 1757.
Anquetil-Duperron dovette ripensare completamente i propri progetti.
Per un certo periodo prese addirittura in considerazione l’idea di raggiungere Tibet e Cina, nella speranza di trovare lì antichi testi indiani. Quando gli fu detto che probabilmente la ricerca sarebbe stata inutile, rinunciò.
Tornò allora verso Pondichéry attraverso un durissimo viaggio terrestre durato circa cento giorni.
La svolta zoroastriana: Surat
A Pondichéry ritrovò suo fratello Étienne Anquetil de Briancourt, che era stato nominato console francese a Surat.
Il fratello gli riferì qualcosa di decisivo: a Surat vivevano sacerdoti parsi, cioè zoroastriani, che avrebbero potuto insegnargli le lingue e i testi sacri della loro religione.
Anquetil-Duperron decise immediatamente di partire.
Durante il viaggio preferì però esplorare personalmente il paese: sbarcò prima della destinazione finale e proseguì via terra, a piedi e a cavallo.
Arrivò a Surat il 1º marzo 1758.
I sacerdoti parsi
La comunità zoroastriana di Surat era in quel momento attraversata da una controversia interna di carattere religioso e rituale, nella quale le diverse fazioni avevano sviluppato rapporti anche con le potenze commerciali europee.
Una parte aveva legami con gli olandesi; un’altra con inglesi e armeni. Anquetil-Duperron entrò in questo delicato sistema di alleanze.
Una figura fondamentale fu il sacerdote parsi Dastur Darab, che accettò di istruirlo.
Secondo il racconto di Anquetil-Duperron, la collaborazione di Darab aveva anche una dimensione politica: il sacerdote sperava che il rapporto con il giovane francese potesse assicurargli una qualche forma di protezione francese.
Darab cercò comunque di impartirgli un’educazione paragonabile, almeno in parte, a quella riservata ai sacerdoti zoroastriani.
Non fu un rapporto facile.
Anquetil-Duperron era interessato soprattutto alla teologia, alla filosofia e alle idee astratte; rimaneva invece frustrato dall’attenzione che i sacerdoti dedicavano alle prescrizioni rituali e alla legge religiosa.
Era inoltre impaziente. Voleva rapidamente manoscritti, traduzioni e spiegazioni, mentre l’insegnamento sacerdotale procedeva lentamente e metodicamente.
I sacerdoti, da parte loro, non erano affatto convinti che uno straniero potesse o dovesse imparare l’avestico e arrivare a tradurre i loro testi sacri.
Secondo Anquetil-Duperron, alcuni di loro consideravano già il semplice fatto di rivelargli questi insegnamenti una sorta di sacrilegio.
Le lezioni venivano quindi impartite in persiano, talvolta in condizioni di grande riservatezza, affinché altri membri della comunità non comprendessero ciò che stava accadendo.
Anquetil-Duperron, tuttavia, non si accontentava di una traduzione parola per parola. Pretendeva di conoscere anche il significato dei testi.
Darab e gli altri sacerdoti finirono così per insegnargli ciò che sapevano dell’avestico e della teologia zoroastriana.
Nel giugno 1759, sedici mesi dopo il suo arrivo a Surat, Anquetil-Duperron comunicò a Parigi di aver completato una traduzione del Vendidad.
Nel tempio del fuoco
Nello stesso periodo avvenne uno degli episodi più straordinari del suo soggiorno indiano.
Darab organizzò per Anquetil-Duperron la possibilità di assistere, travestito, a una cerimonia all’interno di un tempio del fuoco zoroastriano. Secondo il suo racconto entrò armato di spada e pistola.
L’episodio avrebbe provocato discussioni fra gli studiosi anche molto tempo dopo.
Anquetil-Duperron suggerisce inoltre che Darab avrebbe cercato di convertirlo allo zoroastrismo, mentre egli avrebbe rifiutato di abbandonare la propria fede.
Circa due secoli più tardi lo studioso parsi Jivanji Jamshedji Modi cercò di spiegare come fosse stato possibile permettere a un europeo non zoroastriano di entrare in un luogo normalmente precluso agli estranei. Una possibilità era che il fuoco sacro fosse stato temporaneamente rimosso, forse durante lavori di ristrutturazione.
Ma esiste un’altra possibilità ancora più interessante.
Anquetil-Duperron afferma infatti di aver ricevuto il sudreh e il kusti, la veste e la cintura rituali zoroastriane. Se fosse stato formalmente investito di questi simboli, i sacerdoti avrebbero potuto considerarlo, almeno ritualmente, uno zoroastriano e quindi ammetterlo nel tempio.
Il duello
Alla fine del 1759 la sua avventura indiana prese una piega ancora più drammatica.
Anquetil-Duperron uccise un connazionale francese in duello, rimanendo egli stesso gravemente ferito.
Per evitare l’arresto si rifugiò presso gli inglesi.
Persino suo fratello avrebbe chiesto che venisse consegnato alle autorità francesi, ma gli inglesi si rifiutarono di farlo. Nell’aprile 1760 le autorità francesi lasciarono cadere le accuse e Anquetil-Duperron poté rientrare nel settore francese.
180 manoscritti
Nel frattempo non aveva mai smesso di viaggiare e raccogliere testi.
Percorse Surat e il Gujarat e riuscì a mettere insieme una collezione di circa 180 manoscritti.
Non comprendevano soltanto quasi tutti i testi in lingua avestica allora accessibili e numerose opere della tradizione zoroastriana medievale, ma anche documenti e testi appartenenti a differenti tradizioni e lingue dell’India.
Nel settembre 1760 concluse il proprio lavoro di traduzione e decise di lasciare Surat.
Avrebbe voluto nuovamente raggiungere Benares, ma la vedova dell’uomo che aveva ucciso stava cercando di riaprire il procedimento contro di lui.
Anquetil-Duperron si rivolse nuovamente agli inglesi e riuscì a ottenere un passaggio su una nave britannica diretta in Europa.
Poco prima della partenza sorse un altro problema.
Uno dei sacerdoti parsi presentò agli inglesi una denuncia sostenendo che Anquetil-Duperron non avesse pagato tutti i manoscritti acquistati.
Gli inglesi sequestrarono temporaneamente i suoi beni, ma li restituirono quando il fratello di Anquetil garantì il pagamento dei debiti.
Il 15 marzo 1761 Anquetil-Duperron lasciò definitivamente Surat.
Il ritorno in Europa
Dopo circa otto mesi di navigazione arrivò a Portsmouth.
Poiché Francia e Gran Bretagna erano ancora in guerra, venne inizialmente internato, anche se gli fu consentito di continuare a lavorare sui propri manoscritti.
Una volta liberato, invece di tornare immediatamente in Francia, fece qualcosa di estremamente significativo: andò a Oxford, alla Bodleian Library, per confrontare i testi avestici che aveva raccolto in India con i manoscritti conservati nella biblioteca britannica.
Soltanto dopo questo confronto ripartì per la Francia.
Arrivò a Parigi il 14 marzo 1762 e il giorno successivo depositò i manoscritti raccolti in India presso la Bibliothèque du Roi.
La missione iniziata sette anni prima era compiuta.
La celebrità
Nel giugno 1762 pubblicò un primo resoconto della propria impresa e divenne rapidamente celebre.
Il suo viaggio venne presentato soprattutto come una missione intrapresa per scoprire e tradurre le opere attribuite a Zoroastro. La trascrizione osserva però che questa rappresentazione semplificava le sue intenzioni iniziali, che erano state molto più vaste e comprendevano lo studio generale delle religioni e delle tradizioni dell’Asia.
Il suo successo gli procurò una pensione e la nomina a interprete di lingue orientali presso la Bibliothèque du Roi.
Nel 1763 venne inoltre eletto associato dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres e cominciò a preparare sistematicamente per la pubblicazione l’immenso materiale raccolto durante i suoi viaggi.
Lo Zend-Avesta del 1771
Nel 1771 apparve finalmente la sua grande opera in tre volumi, lo Zend-Avesta, ouvrage de Zoroastre.
Non si trattava semplicemente della traduzione dei testi che i sacerdoti parsi gli avevano spiegato attraverso il persiano.
L’opera comprendeva anche il suo racconto di viaggio, una descrizione dei manoscritti raccolti, una biografia di Zoroastro, materiali della tradizione zoroastriana e diversi saggi.
Fu un terremoto intellettuale.
«È un falso»
Quasi immediatamente scoppiò una violentissima controversia.
Diversi studiosi europei accusarono Anquetil-Duperron di essere stato ingannato dai parsi o addirittura di aver perpetrato egli stesso una frode erudita.
Fra i protagonisti della polemica figurò il giovane William Jones, futuro grande orientalista britannico.
Jones era anche irritato dal disprezzo che Anquetil-Duperron manifestava frequentemente nei confronti degli inglesi.
La questione, tuttavia, era molto più profonda di una rivalità nazionale.
L’Europa illuminista aveva costruito un’immagine idealizzata di Zoroastro come antico sapiente portatore di una religione razionale, semplice e filosofica.
Ma i testi pubblicati da Anquetil-Duperron contenevano racconti di divinità e demoni, minuziose prescrizioni rituali, regole di purezza e concezioni cosmologiche che apparivano completamente incompatibili con lo Zoroastro immaginato dagli intellettuali europei.
Di conseguenza, per alcuni era più facile pensare che i testi fossero falsi piuttosto che mettere in discussione l’immagine occidentale di Zoroastro.
Altri studiosi attaccarono invece Anquetil-Duperron su basi strettamente filologiche.
La controversia sarebbe continuata per decenni. Il lavoro di Anquetil era effettivamente imperfetto: la conoscenza europea dell’avestico era ancora troppo rudimentale e molte sue traduzioni dipendevano dalle spiegazioni e dalle versioni persiane fornitegli dai sacerdoti.
Ma il punto fondamentale sarebbe rimasto.
Anquetil-Duperron aveva realmente portato in Europa una tradizione testuale antichissima.
La trascrizione sottolinea infatti il significato storico dell’impresa: fu fra i primi studiosi a portare sistematicamente all’attenzione dell’erudizione europea un grande corpus di testi sacri orientali non biblici.
L’orientalista asceta
Dopo la pubblicazione dello Zend-Avesta e fino alla morte, Anquetil-Duperron continuò a occuparsi delle leggi, della storia, della geografia e delle religioni dell’India.
Ma anche la sua vita personale cambiò profondamente.
Negli ultimi decenni condusse sempre più l’esistenza di un asceta povero e solitario, cercando, secondo la descrizione riportata nella trascrizione, di conciliare la virtù cristiana con la sapienza del brahmano.
Si allontanò dalla società e visse volontariamente in estrema povertà, spendendo pochissimo per le proprie necessità quotidiane.
Questa parte della sua biografia è particolarmente interessante: il giovane europeo che era partito per l’India per studiare dall’esterno le religioni orientali era stato, almeno sotto certi aspetti, trasformato interiormente dall’incontro con esse.
Contro l’idea del «dispotismo orientale»
Nel 1778 pubblicò ad Amsterdam la Législation orientale.
L’opera cercava di dimostrare che l’immagine europea del cosiddetto «dispotismo orientale», resa celebre soprattutto da Montesquieu e da altri pensatori illuministi, era stata profondamente deformata.
Anquetil-Duperron utilizzava quindi la conoscenza diretta dell’Oriente anche per contestare gli stereotipi filosofici attraverso i quali l’Europa interpretava le civiltà asiatiche.
Continuò poi a pubblicare opere dedicate alla storia e alla geografia dell’India.
Nel 1798 apparve inoltre un’opera fortemente polemica nei confronti della politica britannica in India, ulteriore testimonianza della sua persistente avversione verso l’espansione inglese nel subcontinente.
Le Upaniṣad
Ma l’opera destinata ad avere forse l’influenza filosofica europea più profonda doveva ancora arrivare.
Anquetil-Duperron entrò in possesso di una traduzione persiana di circa cinquanta Upaniṣad, realizzata nell’India moghul.
Si trattava della celebre versione persiana commissionata nel XVII secolo dal principe Dārā Shikōh, figlio dell’imperatore Shah Jahan, che aveva cercato nelle Upaniṣad una sapienza metafisica universale capace di mettere in relazione Islam e tradizione indiana.
Anquetil-Duperron tradusse quel testo persiano in latino, corredandolo di un vastissimo apparato di commenti.
L’opera fu pubblicata a Strasburgo nel 1801–1802 con il titolo Oupnek’hat.
Era una traduzione indiretta:
sanscrito → persiano → latino.
Era quindi inevitabilmente imperfetta.
Eppure il suo significato nella storia intellettuale europea fu enorme: per la prima volta una vasta raccolta di Upaniṣad diventava accessibile in una lingua europea.
Circa metà dell’opera era costituita dai commenti dello stesso Anquetil-Duperron.
Schopenhauer
Ed è qui che la storia di Anquetil-Duperron produce una conseguenza straordinaria.
Nella primavera del 1814, il giovane Arthur Schopenhauer entrò in contatto con l’Oupnek’hat.
Ne rimase profondamente impressionato.
Le Upaniṣad diventarono per lui uno dei testi fondamentali attraverso i quali interpretare l’esistenza, la volontà, il mondo fenomenico e il rapporto fra individuo e realtà universale.
Schopenhauer avrebbe continuato per tutta la vita a considerarle una delle letture più alte e consolatorie a sua disposizione.
Si crea così una catena impressionante:
i ṛṣi delle Upaniṣad → la tradizione manoscritta sanscrita → Dārā Shikōh → la traduzione persiana → Anquetil-Duperron → l’Oupnek’hat latino → Schopenhauer → la filosofia europea dell’Ottocento.
E, naturalmente, attraverso Schopenhauer questa corrente arriverà indirettamente molto più lontano.
Gli ultimi anni
Anquetil-Duperron continuò a lavorare fino alla vecchiaia.
Quando le istituzioni accademiche francesi furono riorganizzate dopo la Rivoluzione, venne eletto membro del nuovo Institut, ma successivamente se ne allontanò.
Nel 1804 rifiutò inoltre di prestare giuramento di fedeltà a Napoleone, sostenendo in sostanza di dovere obbedienza alle leggi dello Stato sotto la cui protezione viveva, ma non fedeltà personale al sovrano.
Morì a Parigi il 17 gennaio 1805.
Perché Anquetil-Duperron è così importante
Il filo che attraversa tutta questa storia è più grande della semplice biografia di un orientalista.
Nel 1754 un giovane francese vede quattro pagine di una scrittura che nessuno intorno a lui sa leggere. Decide che deve comprenderla. Non ha denaro; si arruola come soldato pur di raggiungere l’India. Attraversa guerre, malattie e territori immensi. Si fa accettare dai sacerdoti parsi, entra nel loro mondo rituale, raccoglie circa 180 manoscritti e torna in Europa.
Viene accusato di avere pubblicato dei falsi.
Decenni dopo diventa chiaro che, nonostante gli errori filologici inevitabili, i testi erano autentici.
E non si ferma allo zoroastrismo. Attraverso la versione persiana di Dārā Shikōh rende accessibili all’Europa le Upaniṣad, che raggiungono Schopenhauer e diventano una delle grandi porte attraverso le quali il pensiero indiano entra nella filosofia europea moderna.
Anquetil-Duperron appartiene alla preistoria intellettuale dell’esoterismo occidentale moderno. Prima della Società Teosofica, prima di Blavatsky, prima della grande diffusione europea di Vedānta, buddhismo e comparativismo religioso, uomini come lui cominciano materialmente a trasferire in Europa i testi attraverso i quali l’Occidente scoprirà che le tradizioni religiose asiatiche possiedono sistemi metafisici complessi e antichissimi.
E la cosa forse più affascinante è che all’inizio non c’è una teoria.
Ci sono quattro fogli incomprensibili di un manoscritto alla Bodleian Library e un uomo di ventitré anni che decide di andare dall’altra parte del mondo per imparare a leggerli.
One thought on “Anquetil-Duperron prima della Società Teosofica, prima di Blavatsky”