Two elderly men seated across from each other in a library, talking

Jung vs Krishnamurti

Non esistono prove storiche solide che Carl Gustav Jung e Jiddu Krishnamurti si siano mai incontrati personalmente.

La questione è discussa da anni negli ambienti junghiani e krishnamurtiani, ma:

  • non risultano lettere note tra loro,
  • non esistono fotografie insieme,
  • non ci sono testimonianze affidabili di un incontro diretto documentato. (Reddit)

Ed è curioso, perché:

  • erano contemporanei,
  • entrambi interessati alla trasformazione della coscienza,
  • entrambi in dialogo con Oriente e spiritualità,
  • entrambi critici verso il materialismo riduttivo.

Inoltre Krishnamurti proveniva direttamente dall’ambiente teosofico che Jung conosceva bene. (Wikipedia)

Ma filosoficamente erano molto diversi.

Jung:

  • valorizzava simboli,
  • archetipi,
  • inconscio collettivo,
  • miti,
  • alchimia,
  • processo graduale di individuazione.

Krishnamurti invece:

  • rifiutava sistemi,
  • guru,
  • autorità spirituali,
  • organizzazioni esoteriche,
  • metodi psicologici strutturati.

Nel 1929 sciolse pubblicamente l’Ordine della Stella creato dalla Theosophical Society dicendo:

“Truth is a pathless land.” (Wikipedia)

Questa frase è quasi anti-junghiana nello spirito:
Krishnamurti diffidava perfino delle strutture simboliche della mente.

Jung invece considerava:

  • simbolo,
  • mito,
  • immaginazione,
  • inconscio

come strumenti fondamentali della trasformazione.

Paradossalmente però hanno anche punti di convergenza:

  • critica del conformismo,
  • osservazione interiore,
  • trasformazione della coscienza,
  • attenzione al condizionamento psicologico,
  • centralità dell’esperienza diretta.

Alcuni studiosi moderni hanno scritto confronti tra loro proprio per questo motivo. (Medium)

Un’altra connessione indiretta interessante è questa:

Krishnamurti dialogò molto con:

  • David Bohm,
  • Aldous Huxley,
  • neuroscienziati e fisici.

Jung invece ebbe il famoso dialogo con:

  • Wolfgang Pauli,

da cui nacquero idee come:

  • sincronicità,
  • psiche e materia,
  • unus mundus. (arXiv)

Quindi:

  • nessuna prova certa di un incontro,
  • enorme vicinanza tematica,
  • forti differenze metodologiche e filosofiche.

Non esistono prove storiche solide che Carl Gustav Jung facesse uso sistematico di droghe psichedeliche o narcotiche nel senso moderno del termine.

La documentazione biografica disponibile indica che:

  • non era noto come consumatore abituale di sostanze,
  • non apparteneva agli ambienti bohémiens legati a oppio o hashish tipici di alcuni circoli artistici del primo Novecento,
  • era anzi piuttosto prudente verso l’alterazione artificiale della psiche.

Jung era molto interessato agli stati modificati di coscienza, ma cercava di raggiungerli principalmente tramite:

  • immaginazione attiva,
  • sogni,
  • simbolismo,
  • meditazione,
  • introspezione profonda,
  • confronto con l’inconscio.

Il suo famoso periodo di “confronto con l’inconscio” (1913–1917), da cui nascerà il The Red Book, fu estremamente intenso psicologicamente, ma non ci sono prove che fosse indotto da droghe.

Anzi, Jung criticò esplicitamente l’uso indiscriminato di sostanze psicoattive.

Per esempio, negli anni ’50 commentò le esperienze con mescalina e psichedelici con molta cautela. In una lettera a Victor White e in altre corrispondenze, espresse timore che:

  • aprire troppo rapidamente l’inconscio potesse essere pericoloso,
  • ottenere contenuti simbolici senza adeguata preparazione psicologica fosse destabilizzante.

Ebbero invece interesse per gli psichedelici alcune figure successive influenzate da Jung:

  • Stanislav Grof,
  • Terence McKenna,
  • ambienti della psicologia transpersonale.

Ma questo è diverso dal dire che Jung “si drogasse”.

C’è anche una possibile fonte di confusione:
Jung studiò:

  • alchimia,
  • visioni,
  • esperienze mistiche,
  • stati liminali,
  • simboli archetipici,

e il suo linguaggio può sembrare molto “psichedelico”. Tuttavia il suo approccio era soprattutto:

  • clinico,
  • simbolico,
  • fenomenologico.

Quindi, storicamente:

  • nessuna prova forte di uso sistematico di droghe,
  • forte interesse per stati profondi della coscienza,
  • atteggiamento generalmente prudente verso gli psichedelici.

E ora un po’ di fantasia :

Una terrazza silenziosa ad Ascona. Tardo pomeriggio. Il lago immobile.
Carl Gustav Jung e Jiddu Krishnamurti siedono uno di fronte all’altro.


Jung:
L’essere umano moderno soffre perché ha perso il rapporto con il simbolo. Vive in superficie. L’inconscio allora si ribella, produce nevrosi, frammentazione, vuoto.

Krishnamurti:
Forse soffre perché continua a interpretare se stesso attraverso immagini e strutture mentali. Anche il simbolo può diventare una prigione.

Jung:
Il simbolo autentico non imprigiona. È un ponte. Collega la coscienza individuale a qualcosa di più profondo, più antico dell’io personale.

Krishnamurti:
Ma nel momento in cui la mente segue un simbolo, crea dipendenza psicologica. L’osservatore si separa dall’osservato. E nasce il conflitto.

Jung:
Lei parla come se l’essere umano potesse liberarsi immediatamente della propria struttura psichica. Ma l’inconscio non scompare semplicemente osservandolo.

Krishnamurti:
Perché lo chiama “inconscio”? Appena gli diamo un nome, costruiamo una teoria. E la teoria diventa più importante della visione diretta.

Jung:
Senza struttura concettuale non esiste psicologia. Esistono pattern universali. Archetipi. Forme profonde che emergono in tutte le culture.

Krishnamurti:
Esistono certamente paure comuni, desideri comuni, immagini comuni. Ma la mente che vede veramente è libera dal passato psicologico.

Jung:
Completamente libera? Anche lei parla usando parole, immagini, memoria. Nessuno può uscire totalmente dalla struttura umana.

Krishnamurti:
La memoria tecnica è necessaria. La memoria psicologica è il problema. L’“io” è memoria accumulata che si perpetua continuamente.

Jung:
L’io è necessario. Senza un io sufficientemente stabile si cade nella psicosi, non nell’illuminazione.

Krishnamurti:
Io non sto parlando di distruzione patologica dell’io. Sto parlando della fine dell’identificazione.

Jung:
E cosa rimane?

Krishnamurti:
Silenzio. Attenzione totale. Una mente che osserva senza centro.

Jung:
Questa esperienza esiste anche nella mistica occidentale. Ma io diffido delle dissoluzioni premature dell’ego. Ho visto troppi pazienti smarrirsi nell’inconscio.

Krishnamurti:
Perché cercano esperienza. Cercano potere spirituale. Cercano autorità. Cercano Maestri.

Jung:
E lei non è diventato, suo malgrado, un Maestro per migliaia di persone?

Krishnamurti:
È precisamente la tragedia. Gli uomini vogliono essere guidati. Vogliono evitare la responsabilità di guardare direttamente.

Jung:
Tuttavia l’essere umano non vive solo di pura osservazione. Ha bisogno di miti, immagini, rituali. La psiche parla simbolicamente.

Krishnamurti:
Forse perché è condizionata da millenni. Ma esiste una percezione che precede il simbolo.

Jung:
Forse. Ma io credo che il simbolo autentico sia vivo. Non è un’idea morta. È una porta verso l’ignoto.

Krishnamurti:
E io direi: quando la mente è completamente quieta, non serve più alcuna porta.


Silenzio. Il lago riflette la luce del tramonto.


Jung:
Lei sa che molte persone considererebbero questa quiete stessa un archetipo.

Krishnamurti (sorridendo leggermente):
E molte persone considererebbero un archetipo anche il bisogno di trasformare tutto in un archetipo.


Jung ride piano.


Jung:
Forse il problema della coscienza è troppo vasto sia per la psicologia sia per la filosofia.

Krishnamurti:
Forse il problema nasce quando cerchiamo di possederlo concettualmente.

Jung:
Eppure dobbiamo tentare di comprenderlo.

Krishnamurti:
Comprenderlo, sì. Ma non attraverso l’accumulo. Attraverso l’attenzione.

Jung:
Allora potremmo dire questo: lei cerca una liberazione immediata dal condizionamento; io cerco un’integrazione profonda della totalità psichica.

Krishnamurti:
Forse sono due movimenti della stessa montagna osservati da versanti diversi.


Il vento si alza leggermente. Nessuno dei due parla per alcuni minuti.

La luce cala lentamente sopra il lago. Le campane lontane di una chiesa attraversano il silenzio.


Jung:
C’è qualcosa che mi incuriosisce profondamente nel suo insegnamento. Lei parla della fine del tempo psicologico. Ma l’essere umano vive nella continuità. La psiche è storia.

Krishnamurti:
La continuità biologica esiste. La continuità psicologica è costruita dal pensiero.

Jung:
E allora cos’è che osserva?

Krishnamurti:
L’osservazione stessa. Non un’entità separata.

Jung:
Questo ricorda alcune esperienze orientali di coscienza pura. Ma nella mia esperienza clinica, l’uomo occidentale non può semplicemente dissolvere l’io. Deve prima costruirlo.

Krishnamurti:
Perché l’Occidente ha idolatrato l’individuo.

Jung:
E l’Oriente ha talvolta dissolto troppo presto la persona nel cosmico.

Krishnamurti:
Forse entrambe le civiltà sono incomplete.


Jung accende lentamente la pipa.


Jung:
Lei ha mai avuto esperienze che considererebbe… trascendenti?

Krishnamurti:
La parola “trascendente” è già pericolosa. Appena definiamo qualcosa come speciale, la mente desidera ripeterla.

Jung:
Sta evitando la domanda.

Krishnamurti:
No. Sto evitando la costruzione del mito personale.

Jung:
Eppure l’uomo vive di miti.

Krishnamurti:
L’uomo è schiavo dei miti.

Jung:
Senza miti diventa una macchina economica.

Krishnamurti:
Con i miti diventa spesso violento.


Silenzio. Jung osserva il lago.


Jung:
Sa… durante gli anni della mia crisi interiore, ebbi visioni così potenti che temevo di perdere la ragione.

Krishnamurti:
E cosa le disse che non era follia?

Jung:
Il fatto che quelle immagini possedessero una coerenza autonoma. Non sembravano invenzioni personali. Era come entrare in una struttura universale.

Krishnamurti:
O in una memoria collettiva dell’umanità.

Jung:
È quasi ciò che intendo con inconscio collettivo.

Krishnamurti:
Ma appena lo teorizziamo, rischiamo di trasformarlo in sistema.

Jung:
Lei teme enormemente i sistemi.

Krishnamurti:
Perché l’uomo trasforma immediatamente la verità in organizzazione. E l’organizzazione in potere.

Jung:
Qui forse siamo più vicini di quanto sembri.


Krishnamurti lo guarda attentamente.


Krishnamurti:
Lei ha studiato simboli per tutta la vita. Ma chi è colui che osserva i simboli?

Jung:
Una domanda pericolosa.

Krishnamurti:
È l’unica domanda.

Jung:
Nella psicologia occidentale diremmo: la coscienza osserva.

Krishnamurti:
Ma la coscienza ordinaria è frammentata. È costruita dal pensiero, dalla paura, dal desiderio.

Jung:
Allora cosa resta quando tutto questo tace?


Krishnamurti rimane in silenzio molto a lungo.


Krishnamurti:
Una qualità di attenzione che non appartiene più alla persona.

Jung:
Il Sé.

Krishnamurti:
No. Non gli dia un nome.

Jung (sorridendo leggermente):
È più forte di me.


Entrambi ridono piano.


Jung:
Forse il linguaggio stesso è insufficiente.

Krishnamurti:
Il linguaggio è utile tecnicamente. Ma psicologicamente crea separazione.

Jung:
Eppure senza linguaggio non potremmo trasmettere nulla.

Krishnamurti:
Forse le cose più profonde non possono essere trasmesse. Solo indicate.


Il vento si ferma. La superficie del lago diventa quasi immobile.


Jung:
Lei crede nella reincarnazione?

Krishnamurti:
Credere è irrilevante. La vera domanda è: può la mente morire al passato ora?

Jung:
Sempre radicale.

Krishnamurti:
Sempre analitico.


Jung inclina il capo con ironica eleganza.


Jung:
E tuttavia siamo entrambi ossessionati dalla stessa cosa.

Krishnamurti:
La liberazione della coscienza umana.


La notte inizia lentamente a scendere su Ascona.

Restano lì.

Nessuno dei due sembra avere fretta di interrompere la conversazione. La notte scende lentamente sul lago, e le luci sparse di Ascona iniziano a riflettersi nell’acqua.


Jung:
Mi colpisce una cosa. Lei parla della fine del conflitto psicologico come di qualcosa di immediatamente possibile.

Krishnamurti:
Perché il conflitto nasce dalla divisione dell’osservatore dall’osservato.

Jung:
Ma la psiche umana è strutturalmente duale. Luce e ombra. Maschile e femminile. Coscienza e inconscio.

Krishnamurti:
Queste divisioni possono essere reali funzionalmente. Ma psicologicamente vengono mantenute dal pensiero.

Jung:
Lei tende sempre a dissolvere.

Krishnamurti:
E lei tende sempre a integrare.


Jung sorride appena.


Jung:
Forse perché ho visto troppo caos nell’animo umano.

Krishnamurti:
E io troppa dipendenza dall’autorità.

Jung:
Lei sa che moltissime persone ascoltandola costruiscono comunque un’autorità spirituale attorno a lei?

Krishnamurti:
Sì. È quasi inevitabile. L’uomo vuole essere guidato. Persino verso la libertà.


Per un momento rimangono entrambi in silenzio. Si sente solo il rumore lieve dell’acqua contro il molo.


Jung:
Crede che l’umanità stia evolvendo?

Krishnamurti:
Tecnicamente sì. Psicologicamente non ne sono sicuro.

Jung:
Io penso che l’inconscio collettivo stia spingendo verso una trasformazione. Ma il processo è lento. Doloroso.

Krishnamurti:
Finché l’uomo cerca sicurezza psicologica, continuerà la violenza.

Jung:
Lei elimina quasi completamente il valore della storia.

Krishnamurti:
La storia è memoria. La memoria è utile. Ma la verità non appartiene al tempo.

Jung:
Questa frase avrebbe fatto impazzire Freud.


Krishnamurti ride piano.


Krishnamurti:
E le sue alchimie avrebbero fatto impazzire molti scienziati.

Jung:
L’alchimia era una psicologia simbolica prima che esistesse la psicologia.

Krishnamurti:
O forse gli uomini antichi intuivano qualcosa che noi abbiamo frammentato.


La notte si approfondisce. Jung guarda il cielo.


Jung:
Sa qual è il vero problema della modernità?

Krishnamurti:
La paura.

Jung:
Sì. Ma soprattutto il vuoto simbolico. Abbiamo distrutto i vecchi dèi senza comprendere le forze che rappresentavano.

Krishnamurti:
Gli dèi sono proiezioni della mente umana.

Jung:
Forse. Ma le proiezioni hanno potenza reale.

Krishnamurti:
Perché gli uomini credono in esse.

Jung:
O perché certe strutture profonde esistono indipendentemente dall’individuo.


Krishnamurti lo osserva a lungo.


Krishnamurti:
Lei vuole salvare il simbolo.

Jung:
E lei vuole attraversarlo.

Krishnamurti:
Sì.


Passa un’altra ora. Poi un’altra ancora.

Non discutono più continuamente. A volte parlano, a volte tacciono per lunghi periodi.


Verso le tre del mattino:


Jung:
Forse la coscienza è molto più vasta del cervello.

Krishnamurti:
Il cervello può essere quieto. In quella quiete c’è qualcosa di immenso.

Jung:
Ma appena lo diciamo, lo riduciamo.

Krishnamurti:
Esatto.


Jung spegne lentamente la pipa ormai fredda.


Jung:
È curioso. Lei rifiuta i sistemi, ma parla quasi come un mistico antico.

Krishnamurti:
E lei rifiuta i dogmi scientifici, ma parla quasi come uno gnostico moderno.


Questa volta ridono entrambi apertamente.


Non vanno a dormire.

Continuano a parlare fino all’alba. O forse, nelle ultime ore, smettono lentamente di parlare e restano semplicemente seduti in silenzio davanti al lago.

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