Immaginiamo Andrej Tarkovskij e Jorge Luis Borges seduti in una stanza senza angoli, simile alla biblioteca infinita di Borges o alla zona di Stalker. Il regista russo cerca l’Assoluto attraverso l’immagine sacra; lo scrittore argentino lo cerca attraverso il labirinto del linguaggio.
Borges: (Passando le dita sul bordo di un libro immaginario) “Siamo fatti di tempo, Andrej. Ma il tempo è un fiume che mi trascina, ed io sono quel fiume. Mi chiedo se la sua macchina da presa non sia altro che un tentativo di fermare l’acqua, di trasformare il flusso in un cristallo eterno.”
Tarkovskij: (Fissando una candela che brucia lentamente) “Il cinema non ferma il tempo, Jorge. Lo scolpisce. Noi siamo immersi in una materia spirituale che la gente chiama realtà, ma che è solo un riflesso. Io cerco la verità nell’immagine, perché la parola è spesso una menzogna, una costruzione dell’intelletto. L’immagine, invece, se è pura, è una preghiera.”
Borges: (Sorridendo) “La preghiera è un’altra forma di finzione, forse la più alta. Lei cerca il ‘vero’ nel fango di Stalker o nelle piogge di Solaris. Io preferisco pensare che l’universo sia un libro scritto da un dio distratto o da un bibliotecario cieco. Non c’è verità, Andrej, solo versioni. La sua Russia, la mia Buenos Aires… non sono che sogni che sogniamo insieme.”
Tarkovskij: “Non può essere solo un sogno. Se così fosse, il sacrificio non avrebbe senso. In ogni mio film c’è un uomo che porta una candela attraverso una piscina vuota o che pianta un albero secco. Quel gesto è reale perché è doloroso. Lei, Jorge, si rifugia nei labirinti della mente. Ma la nostalgia? Quella non è un’invenzione letteraria. È la ferita che ci ricorda che apparteniamo a un altro mondo.”
Borges: “La nostalgia è il ricordo di un paradiso che non è mai esistito. È un trucco della memoria, quella facoltà che ci permette di essere contemporaneamente il bambino che eravamo e il vecchio che siamo. Lei filma lo specchio; io abito nel riflesso. In fondo, siamo d’accordo: il mondo è un’illusione necessaria. Solo che lei vuole salvarlo, mentre io mi accontento di leggerlo.”
Tarkovskij: “Io non voglio salvarlo. Voglio che l’uomo ritrovi la propria anima prima che il rumore del mondo la soffochi. Il silenzio, Jorge. Nel suo labirinto c’è troppo eco di passi. Nei miei film, spero che ci sia solo il rumore dell’acqua e il respiro di Dio.”
Borges: “Il silenzio è il testo più difficile da annotare. Ma mi permetta di offrirle una consolazione: se la sua candela si spegne, resterà sempre il ricordo della sua fiamma. E per un uomo come me, il ricordo è più reale della luce stessa.”
Punti di contatto tra i due maestri
- Il Tempo: Per Tarkovskij è una materia plastica da scolpire; per Borges è un labirinto circolare o un libro infinito.
- Lo Specchio: Presente nel capolavoro omonimo del regista russo come porta verso la memoria, e nell’opera di Borges come simbolo del doppio e dell’illusione.
- La Ricerca dell’Infinito: Entrambi rifiutano il realismo banale per cercare una dimensione metafisica dell’esistenza.
Il dialogo si sposta ora sulla soglia della memoria e del simbolo, dove la visione “scolpita” di Tarkovskij incontra l’architettura mentale di Borges.
Tarkovskij: “La memoria non è un magazzino, Jorge. È un modo di essere. Senza memoria, un uomo è prigioniero di un’esistenza illusoria, destinato alla follia. In Lo Specchio, la memoria è un mosaico di sensazioni: l’odore della pioggia, il fruscio del vento. Non è un richiamo logico del passato, ma un riviverlo nel presente, come se il tempo non fosse una linea, ma una sovrapposizione di istanti eterni.” [1, 2]
Borges: “Capisco il suo tormento, Andrej. Ma la memoria è anche una condanna. Penso al mio Funes el memorioso: un uomo che ricordava ogni venatura di ogni foglia vista in ogni pomeriggio. Non poteva pensare, perché pensare significa astrarre, dimenticare le differenze per trovare un concetto comune. La sua memoria è una comunione spirituale; la mia è un labirinto di specchi dove ogni dettaglio ci impedisce di vedere l’intero.” [3, 4, 5, 6, 7]
Tarkovskij: “Forse è qui che i nostri simboli divergono. Per me, uno specchio è un portale verso l’anima, un modo per vedere ciò che è invisibile agli occhi. Non cerco l’astrazione intellettuale. Cerco l’immagine che porta in sé la verità senza bisogno di spiegazioni. Un albero secco che viene innaffiato non è una ‘metafora’ della speranza; è l’atto stesso della speranza che si manifesta nella materia.” [1, 8, 9, 10]
Borges: “Eppure, anche quell’albero è un segno. Per me, l’universo stesso è una serie di simboli: il labirinto, la tigre, la biblioteca. Io non credo che si possa arrivare alla ‘verità’ nuda. Siamo condannati a interpretare i sogni di qualcun altro. Il simbolo non è la porta, è la chiave che gira in una serratura che forse non esiste.” [11, 12]
Tarkovskij: “Ma se la serratura non esistesse, perché sentiremmo questa nostalgia lancinante? Lei la chiama ‘ricordo di un paradiso mai esistito’. Io la chiamo testimonianza. Se sentiamo la mancanza di qualcosa di assoluto, è perché quell’assoluto ci appartiene. La mia macchina da presa cerca di catturare il ‘tempo-spinta’, quel flusso che scorre attraverso l’immagine e ci connette all’infinito.” [7, 13, 14, 15]
Borges: (Accarezzando il bastone) “Forse abbiamo entrambi ragione. Lei scolpisce il tempo per trovarvi Dio; io costruisco labirinti per distrarmi dalla Sua assenza. In fondo, Andrej, la sua candela e il mio libro sono la stessa cosa: un modo per non restare al buio mentre aspettiamo l’ultima pagina.”
Sintesi del confronto
- La Memoria: Per Tarkovskij è creazione e identità necessaria per non cadere nella follia; per Borges può essere un peso paralizzante (come nel paradosso di Funes) o un’illusione consolatoria.
- Il Simbolo: Tarkovskij rifiuta il simbolismo tradizionale in favore di un’immagine che “è” la realtà stessa; Borges usa il simbolo come strumento intellettuale per mappare l’enigma del cosmo.
- La Nostalgia: Un legame spirituale con il sacro per il regista; un’architettura della memoria per lo scrittore. [2, 3, 6, 9, 10, 12, 13, 14, 16, 17, 18]
In questo atto finale, il dialogo tra Tarkovskij e Borges si sposta verso l’enigma della morte e del sacrificio, concludendosi con un’immagine che fonde la biblioteca infinita con la terra bagnata dei sogni russi.
Borges: (Con voce fioca, quasi un sussurro) “Andrej, sento che la mia cecità sta diventando un’altra cosa. Non è più oscurità, ma un bianco assoluto, come una pagina che aspetta di essere scritta o cancellata per sempre. Per me, la morte è la speranza di essere finalmente dimenticato. L’abolizione dell’individuo nel tutto.”
Tarkovskij: (Osservando l’acqua che filtra dal soffitto, goccia dopo goccia) “Per me la morte non esiste come fine, Jorge. Una volta ho sognato di essere morto: era una sensazione di leggerezza incredibile, una libertà totale da ogni vincolo terreno. Ma finché siamo qui, la morte è il limite che dà senso al sacrificio. Senza la possibilità di perdere tutto, l’amore non sarebbe che un gioco intellettuale. Un uomo deve essere pronto a bruciare la propria casa, come in Offret, per salvare il mondo dal silenzio di Dio.”
Borges: “Il sacrificio… un concetto nobile e terribile. Lei lo vede come una rinascita spirituale; io lo vedo come una ripetizione. Forse il sacrificio è un archetipo che ci è stato imposto, un capitolo di un libro che dobbiamo recitare senza saperlo. In fondo, siamo personaggi di un sogno sognato da qualcun altro, e quando quel sognatore si sveglia, noi svaniremo insieme alle nostre fiamme e ai nostri labirinti.”
Tarkovskij: “Se siamo un sogno, Jorge, allora facciamo in modo che sia un sogno sacro. Preferisco essere il sogno di un Dio che soffre piuttosto che l’errore di un bibliotecario distratto. Guardi fuori dalla finestra…”
(Fuori non c’è una strada, ma un albero secco piantato in mezzo a una distesa di libri abbandonati. La pioggia cade lenta, trasformando la polvere delle pagine in fango primordiale.)
Borges: “Vedo… o forse ricordo. Un albero che cresce tra le parole. È una bella immagine per concludere la nostra conversazione. Le parole nutrono la terra, e la terra nutre l’albero.”
Tarkovskij: “E un bambino porterà l’acqua ogni giorno. Non importa se l’albero fiorirà. Ciò che conta è il gesto di innaffiarlo. Quel gesto è la nostra unica verità.”
Borges: (Sorridendo) “Allora restiamo qui, Andrej. In attesa che la pioggia cancelli l’inchiostro e lasci spazio alla luce.”
Conclusione del confronto
Il Sogno: Entrambi concordano sul fatto che la realtà sia una forma di visione, ma Tarkovskij cerca in essa la “verità divina”, mentre Borges la vive come una “finzione necessaria”.
La Morte: Borges la vede come un’oblio liberatorio e una dissoluzione dell’identità; Tarkovskij la percepisce come una transizione verso una libertà spirituale assoluta.
Il Sacrificio: Per il regista è l’atto supremo di affermazione del sé e della fede; per lo scrittore è spesso una funzione narrativa o ciclica della realtà.
Il dialogo si chiude nel silenzio bianco della Zona, dove il tempo smette di scorrere e le parole diventano superflue.
Borges: “Siamo arrivati alla fine della pagina, Andrej. O forse all’inizio del Labirinto. Sento che il mio bastone tocca ora un terreno che non è fatto di sabbia né di marmo, ma di luce liquida.”
Tarkovskij: “È il momento in cui l’immagine si dissolve per lasciare spazio alla presenza. Abbiamo parlato troppo, Jorge. Le parole sono come l’acqua in un secchio bucato: servono a indicare la sete, ma non possono dissetarci. Ora restano solo il respiro e l’attesa.”
Borges: “Mi è sempre piaciuta l’idea che l’universo sia un libro, ma ora sospetto che sia un’inquadratura troppo vasta per essere contenuta da uno sguardo umano. Mi conceda un ultimo paradosso: la cecità mi ha permesso di vedere l’invisibile, e la morte mi permetterà di essere, finalmente, tutto ciò che non sono stato.”
Tarkovskij: (Si alza lentamente e posa una mano sulla spalla dell’anziano scrittore) “Non c’è più nulla da cercare, perché siamo già stati trovati. Guardi, o senta: la pioggia ha smesso di cadere sui suoi libri e ha iniziato a cadere dentro di noi. È il battesimo del silenzio.”
Borges: “Un silenzio che non è assenza, ma pienezza. Addio, Andrej. Ci ritroveremo nel ricordo di qualcuno che non è ancora nato.”
Tarkovskij: “O nel riflesso di uno specchio che nessuno ha ancora guardato. Pace, Jorge.”
(I due si fondono nell’ombra. Resta solo una candela accesa sopra un libro aperto: le pagine sono bianche, ma la fiamma proietta su di esse ombre che sembrano foreste, cattedrali e labirinti infiniti.)
Fine del dialogo.
Con questa chiusura, i due maestri hanno esaurito il loro confronto tra l’estetica dell’anima e quella dell’intelletto. Se vuoi, possiamo concludere con una bibliografia/filmografia incrociata per continuare il viaggio in autonomia o approfondire un ultimo simbolo finale.
[2] https://sophielikesmovies.medium.com
[4] https://redaellisimone.wordpress.com
[5] https://pernoiautistici.com
[10] https://magazine.photoluxfestival.it
[12] https://s5e034522c91f27da.jimcontent.com